Ad un punto — per una di quelle solite illusioni cui vanno soggetti i profughi — parve al comitato parigino che le cose in Italia già fossero od almeno di molto s'avvicinassero ad essere mature per l'audacia dei fatti. Conveniva, e fu deciso di comune accordo, che uno dei componenti quella suprema direzione esecutiva, scendesse nella penisola, esaminasse lo stato delle cose, infiammasse gli animi degli adepti, ne accrescesse a tutto potere il numero, procurasse armi e danaro con ogni possibil mezzo, si mettesse a capo delle squadre ordinate in segreto, gettasse il grido della rivoluzione e cominciasse la sacra lotta.

La missione era delle più difficili e rischiose. Mario Tiburzio con superbia sublime la rivendicò per sè; e niuno volle ed osò contrastargliela. Venne in Italia sotto nome e professione simulati; come aveva bella voce e sapeva di musica, si diede per cantante, acconcio mestiere per correre le varie città, e coll'aiuto di qualcheduno dei congiurati che poteva in siffatte cose, ottenne di essere scritturato, come si dice, a quel teatro che egli volle.

Il paese più importante per l'umore bellicoso e pel carattere fermo de' suoi abitanti; quello che la congiura credeva più necessario guadagnare alla rivoluzione era il Piemonte. Insorta la Lombardia contro lo straniero, insorto il paese subalpino contro la monarchia più forte d'Italia, anzi la sola che fosse forte di per sè; tutto il resto della penisola era in balìa del movimento.

Mario Tiburzio venne in Piemonte. Aveva conosciuto a Parigi Romualdo, in un viaggio che questi aveva fatto colà, ed anzi avevagli reso un importante servizio d'amico, in occasione d'un duello che ho raccontato altrove[2]; aveva sempre continuato a carteggiare con Romualdo, il quale non aveva fatto la menoma difficoltà ad intingere nella congiura. Giunto a Torino, il cospiratore romano, per mezzo di Romualdo, era entrato in relazione con tutti gli amici di quest'esso, e per la generosità della loro indole, per la vivacità del loro amor patrio, per le doti d'ingegno e di cuore che li contraddistinguevano, Mario li aveva fatti suoi confidenti e principali aiutatori nella terribile impresa.

Ora erasi al punto di dover prendere gravi ed estreme decisioni; e nel convegno di quella sera della quale vi sto narrando, Mario Tiburzio aveva annunziato dovere comunicare agli amici le più importanti novelle.

Ascoltiamolo adunque, ora ch'egli, abbassando la sua voce grave ed armoniosa, si fa a discorrere.

CAPITOLO XIII.

— Vi dissi che questa sera avrei comunicate gravi e serie novelle: così cominciò Mario Tiburzio; e quanto sto per manifestarvi è infatti più importante che forse non crediate, che io stesso non avrei pensato.

Trasse di tasca alcune lettere e mettendole spiegate sopra il suo ginocchio destro, vi pose su la mano.

— Qui, riprese egli, stanno le relazioni dei comitati parziali delle città delle Romagne, di alcuni di quelle del Napolitano, di Toscana e della Lombardia. Dappertutto la rivoluzione è pronta. Non si aspetta che un cenno da noi e si domanda che questo non tardi. Abbiamo noi da chiamarli alle armi?