«Avevo più volte pensato di recarmigli innanzi. L'ho conosciuto quando visse in Roma come semplice e non ricco artista, ed io era giovanetto. Nell'infelice ultima rivoltura, a cui presi sì sfortunata parte, udii ch'egli avevala condannata: ma le nobili parole ch'egli stampò a far conoscere il vero all'Europa non mi lasciarono scemar d'un punto quella reverenza e quell'affetto che sin da prima ho concepiti per esso. Pur mi peritavo di venirgli innanzi, solamente per appurar meglio lo screzio profondo che divide le sue dalle nostre idee; e come non confidavo abbastanza nella mia forza di persuasione, per istaccar lui dalle sue opinioni, sentivo altresì che le mie mi erano eziandio così radicate nell'animo, che niuna parola, per quanto autorevole, me ne avrebbe potuto smuovere. Inutile quindi, e forse doloroso soltanto l'accontarsi con esso lui.

«Ma ciò che non io, si decise a far egli. Mercè i suoi rapporti con tutti quelli della parte liberale italiana, d'Azeglio seppe della mia venuta e del mio star qui in Torino, ed apprese ancora o indovinò l'opera mia. Volle ad ogni modo vedermi e favellar meco; e per un'interposta persona mi fece questa medesima sera domandare un luogo ed un'ora per un colloquio, e presto, che trattavasi di cose urgenti. Risposi che sarei andato da lui anche subito; mi si prese in parola, e quand'ebbi finito il mio poco di parte nell'opera, sgusciai via, raggiunsi in piazza l'uomo che mi aspettava, e fui condotto in presenza di Massimo d'Azeglio.

«Sono uscito da quell'abboccamento per correr qui da voi; e la cagione del mio ritardo fu questa. Importanti cose si dissero nel nostro colloquio, ed è mestieri che voi pure le intendiate.»

Qui Mario fece una pausa. I suoi compagni, sempre più presi dall'interesse, gli si accostarono ancora di vantaggio, pendendo proprio dalle sue labbra; ed egli così incominciò a parlare:

— Massimo d'Azeglio ha nella sua persona tutto quanto può sedurre ed ispirare rispetto insieme e simpatia: la gentilezza d'un cavaliere, l'abbandono d'un artista, la cortese domestichezza del tratto, la grazia dell'ingegno, e sopra tutto ciò lo splendore della fama sì giustamente acquistata al suo nome. Parla con una modesta sicurezza e con un'agevole semplicità che sono ben lungi dall'eloquenza, ma che più di questa vi si insinuano nell'anima, vi convincono e vi trascinano. Sul suo volto nobile ed aperto, nel suo sguardo limpido e schietto, nel suo sorriso arguto e tuttavia pieno, direi, di tolleranza, appaiono la sincerità delle sue convinzioni, la integrità della sua anima e la cavalleresca lealtà del suo carattere. Alto di persona e non ancora cinquantenne, sta curvo ed ha un aspetto stracco, come se le fatiche della vita sostenute lo avessero affranto; i capelli brizzolati, le rughe che si affollano sul suo viso dimagrato gli danno un'apparenza di età più inoltrata e non gli lasciano di giovane che lo sguardo ed il sorriso. Questa medesima aria di sofferenza e di affralimento accresce in lui quel fascino di simpatia che ho detto, ch'egli manda intorno a sè, su chiunque l'accosti. Tanto più che facilmente si scorge, cotale stracchezza non esser che delle membra, ma dentro esse perdurare vivaci, forti, ardenti l'animo e lo spirito, pronti, ove il bisogno ne occorra, a dare, colla forza indomata del volere, attività e robustezza anche al corpo.

«Vi dico tutto ciò, perchè vediate se io non era disposto meglio che altro a subire l'influsso della parola, delle ragioni, della giusta autorità di quell'uomo benemerito d'Italia.

«Al mio entrare si alzò dalla poltroncina su cui sedeva, presso ad una tavola, leggendo al chiarore d'una lampada, i cui raggi erano riflessi sul libro da un coprilume bianco al di sotto, verde al di fuori; depose il volume che teneva in mano sulla tavola colla parte in cui era aperto volta all'ingiù, e fece alcuni passi verso di me e la persona che mi introduceva. Appena udito da quest'ultima il mio nome, si accostò più rapidamente, tendendomi le sue due mani.

«— Tiburzio! Diss'egli con molto affetto. Con quanto piacere vi rivedo! Voi mi ricordate la mia diletta Roma, e il bel tempo che, giovane, ho vissuto in essa; voi mi recate innanzi il maschio volto d'un coraggioso patriota, d'uno che può dirsi per sangue e per animo discendente dai Romani dei due Gracchi.

«(Vi ripeto, quale egli le disse, le sue parole, che una per una, come potete immaginare, mi si stamparono nella mente e nel cuore).

«Per le mani, che io aveva poste nelle sue tesemi così cordialmente, mi trasse presso la tavola, e levando il coprilume dalla lampada, fece che i raggi di essa si spandessero per la cameretta e percuotessero in pieno nei volti di ambedue che stavamo là l'uno a fronte dell'altro.