«— Quest'opera, diss'egli allora con molto calore, quest'opera non può riuscire, più che non abbiano riuscito gli ultimi tentativi di Romagna, credetene l'esperienza d'un uomo a cui pur troppo la maturanza dell'età non lascia abbandonarsi alle lusinghe della fantasia, d'un uomo che ha viaggiato palmo a palmo questa Italia che si tratta di sommovere, che ne conosce della popolazione gli elementi, le condizioni, gli umori, i difetti. Voi, col trasporto del vostro desiderio e del vostro patriottismo, vi create un popolo italiano immaginario che non esiste, e quindi allorchè lo chiamate alla lotta, esso vi manca e non sapete rendervene ragione. Fra noi v'è una massa stragrande di plebe, la quale non si cura di patria, nè d'indipendenza, nè di libertà, perchè non sa nulla, non comprende nulla, non avverte nessun suo interesse ad un cambiamento politico qualunque.

A questo punto Maurilio, che era sempre stato immobile ad ascoltare, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e il volto sostenuto alle mani serrate a pugno, si volse di scatto ed esclamò vivamente.

— Gli è vero! Codesta osservazione tenetela a mente: ci tornerò sopra.

Mario continuava:

— E non solo — così diceva ancora D'Azeglio, e come vedete, io vi ripeto con tutta imparzialità le sue obbiezioni — non solo fallirà tristamente il vostro tentativo, ma sarà infaustissimo, oltre che a voi prime vittime della vostra generosa imprudenza, oltre che a migliaia d'altri martiri inutili, all'Italia medesima, a quella santa causa a cui volete appunto giovare, a cui vi disponete a sacrificare la vostra vita, ed alla quale invece arrecherete irreparabil danno, rimandandone il trionfo a chi sa qual più tarda età.

«Secondo lui i tempi vengono sì maturandosi e facendosi propizi ad un miglior destino per l'Italia, ma ciò, mediante altri mezzi da quelli della violenza, coi quali non può e non deve combattere il diritto. Invece che colle congiure e colle rivolte, diss'egli, noi liberali dovremmo combattere colla esposizione aperta, moderata, legale dei nostri diritti. Il tempo delle opere fatte nelle tenebre è finito, afferma D'Azeglio, bisogna congiurare pel bene della patria, pel bene morale, per qualunque siasi progresso alla chiara luce del sole. A suo avviso hanno giovato di più all'Italia i libri di Gioberti e di Balbo (per modestia non disse i suoi) che tutte le cospirazioni e le rivolture avvenute dal vent'uno in qua. L'esposizione pubblica dei voti, dei diritti del popolo forma la pubblica opinione, la cui forza nel nostro secolo è somma, e va ancora ogni giorno crescendo. Nè meno coraggiosa è l'opera di chi all'aperto proclama la verità che quella di chi affronta la morte o l'esilio, celatamente lavorando per questa verità medesima. Che un profondo e radicale rimutamento si venga facendo in Italia, cieco è chi non veda; ma questo moto affatto nuovo ha da regolarsi con nuovi mezzi, abbandonati i vieti e dannosi delle congiure. I liberali hanno poca forza contro i proprii principi e contro lo straniero riuniti. Non sarebb'egli abile politica ed immenso guadagno dividere questi due elementi di nostra oppressione ed avere compagni, complici, direi, nella crociata contro gli stranieri i nostri principi medesimi? Le nostre forze non ne sarebbero esse centuplicate?

«Qui io l'interruppi, dicendo ciò che vi dicevo poc'anzi: il confidar ne' principi essere un'utopia più arditamente folle che la nostra di confidare nei popoli.

«D'Azeglio riprese con calore: — No, Mario, non è assolutamente vero ciò che dite. Anzi tutto, i principi sono italiani ancor essi oramai.

«Io scossi la testa.

«— Sono nati in Italia, ma hanno il cuore a Vienna od il sangue spagnuolo.