«— Non tutti, non tutti: riprese egli tornando a mettermi la mano sul ginocchio. Vi è una dinastia che da otto secoli — donde sia venuta non importa — da otto secoli ha le sue radici in Italia, e da più di quattro ebbe per obbiettivo della sua politica l'aspirazione di costituire l'Italia: chiamatela pure ambizione, un'enorme ambizione, ma grande e nobilissima. Questa dinastia ha una qualità caratteristica, attinta al popolo su cui domina da tanto tempo, benevisa quasi sempre, abborrita nè anche disamata mai: la tenacità dei propositi, e la prudenza, non disgiunta dall'audacia a tempo opportuno, negli atti. Nello scorrere di tanto tempo, fra tante sostenute vicende, in mezzo a così profondi rivolgimenti, ella non ha rinunziato mai al suo scopo finale; si è fermata, s'è raccolta, ha taciuto, ha dissimulato fors'anche, ma tosto che il potè, sempre riprese la via verso quella meta, a cui la chiamano la sua ambizione, il destino, lo svolgimento necessario delle sue premesse politiche. Voi mi direte che non c'è da fidarsi nell'amor patrio e nel liberalismo dei principi; ed io pel momento ve lo voglio anche concedere; ma per casa Savoia, o far l'Italia, od essere soggetta allo straniero, o collo svolgersi del tempo vedersi fors'anche schiacciata fra due contendenti e cancellata dalla lista dei regnanti, è una necessità fatale che le incombe inesorabilmente. Ne volete una prova? De-Maistre, il gran profeta della reazione, non vedeva altra sicurezza per la Monarchia Sabauda restaurata, in faccia all'Austria, che nella formazione in suo vantaggio di un regno solo dell'alta Italia. E codesto come volete che non lo capisca re Carlo Alberto, in cui gli umori liberali del vent'uno non possono essere affatto spenti, in cui l'umiliazione inflittagli dall'Austria per la bocca insolente del generale Bubna, e il minacciato trono, e l'imposta suggezione devono aver destato potente — tanto più potente, quanto più contenuto — il desiderio della vendetta?

«Io sorsi con impeto non potendo frenarmi.

«— Ah! non parlatemi di questo principe: esclamai. Le sue velleità liberali del ventuno, troppo ha egli ripagate col suo accorrere al campo austriaco, col Trocadero, colle fucilazioni e colle forche di Alessandria. Qual fede volete che si nutra pel re che si è stretto in legame di sangue colla casa austriaca, il cui governo perseguita accanitamente il pensiero e protegge i Gesuiti?

«D'Azeglio tacque un istante guardandomi commosso, ma senza il menomo segno di risentimento; poi mi disse con più amorevolezza ancora:

«— Sedete di nuovo, Mario Tiburzio, ed abbiate ancora la pazienza d'ascoltarmi un poco.

«Feci a suo senno, ed egli ripigliò a parlare. Mi disse che la condotta di Carlo Alberto era una necessità per conservarsi prima il diritto alla corona, quest'essa poi. Ma nell'animo di quel re taciturno, chi può leggere sicuramente e dire i pensieri e i propositi che vi si agitano? Un giorno — egli ne va persuaso — dovremmo benedire quegli atti che ora malediciamo, perchè, avendo dato lo scettro del Piemonte a questo re calunniato, lo avranno posto in grado di compire il riscatto d'Italia.

«— No, no: io proruppi. Codesto non crederò mai. Se cotali generosi propositi si covano sotto quella fronte coronata, perchè, una volta stretto in mano lo scettro, non s'è egli gittato francamente col popolo e non ha fatto suo programma di regno la stupenda lettera che gli indirizzava Giuseppe Mazzini?

«— Perchè, caro mio, rispose d'Azeglio, altro è far disegni di politica e di governo a scrittoio colle briglie abbandonate alla fantasia audace e poetica, altro è trovarsi all'atto pratico, nel cimento delle contingenze e potendo apprezzare la fattibilità delle cose. Io non voglio dire che Carlo Alberto, venuto al trono, non avesse potuto adottare un regime un po' più liberale; ma i pericoli per lui, sospettato dalla reazione interna e dall'influenza estera, circondato di stromenti avversi e malfidi che non poteva cambiare senza sovvertire tutto il regno, i pericoli erano molti e gravi e da atterrire facilmente qualunque animo più fermo. Gittarsi francamente col popolo, voi dite? Ma qual popolo? La gran massa ignorante è più facile stromento al sanfedismo che non altro. L'aristocrazia e la maggior parte dell'esercito erano per la reazione. La borghesia, poco illuminata ancor essa, non dava che un lieve contingente di gioventù alle schiere rivoluzionarie. Dov'era questo popolo che avrebbe potuto sostenerlo? Formiamolo noi, suscitiamolo noi, questo popolo, col lavoro palese, aperto, calmo e coraggiosamente tranquillo d'una propaganda nazionale; e quando Carlo Alberto sarà sicuro di avere in esso una leva contro lo straniero, rivelerà quei segreti propositi che cova nel suo animo generoso.

«Io l'interruppi dicendo che la proposta propaganda era impossibile; la censura dei governi l'avrebbe contesa alla stampa, la polizia sospettosa e prepotente, e più che altrove in Piemonte, l'avrebbe impedita alla parola.

«— Tutto si cambia, tutto si va cambiando a questi giorni: ribattè egli. Se vi dicessi che, fatta colla voluta prudenza, quest'opera aggradirebbe al re medesimo? Se vi dicessi che qualche patriota, — qui esitò un momento, e poi soggiunse: — che io stesso parlando con esso lui, trovai sulle sue labbra le espressioni d'amore all'Italia, di desiderio, d'indipendenza che potremmo pronunziare noi stessi, io, voi Tiburzio, rivoluzionario ad ogni costo[3]? Se vi dicessi che per sua impresa segreta Carlo Alberto ha scritto: ATTENDO LA MIA STELLA; e che questa stella è il momento in cui potrà snudare la spada per la santa causa d'Italia? Che io stesso ho letto — letto con questi miei occhi, Mario — una lettera del re ad un suo confidente, in cui esso dice a chiare parole che il più bel giorno di sua vita sarà quello in cui potrà salire a cavallo in compagnia de' suoi figli, mettersi a capo al suo esercito, e farsi lo Sciamìl dell'Italia?[4]»