«— Ebbene aspettate: soggiunse egli, e questo bel momento verrà.

«Volle persuadermi ad ammorzar la congiura ch'egli sa ordita e presso allo scoppio; mi disse che l'esplosione della medesima non avrebbe ottenuto che di ricacciare indietro dalla strada del partito nazionale Carlo Alberto e gli altri principi che verso di essa si avviano: che saremmo immancabilmente oppressi: che era somma virtù anche quella di saper aspettare.

«— Ma l'Italia, io risposi, ha già di troppo aspettato, e i mali suoi sono intollerabili. Aspettare è molte volte una virtù, ma sovente ancora codardia. Noi siamo giunti al punto da meritarci quest'ultima nota in faccia alla vergognosa tirannia che ci opprime, di fronte alle altre nazioni che hanno il diritto di disprezzare la nostra ignavia, e la disprezzano. Noi cadremo? Spero di no perchè la giustizia è dalla nostra parte, e non sempre essa soccomberà; perchè il popolo abbiam prova essersi desto finalmente, e volontà di popolo ha la forza della Provvidenza. Ma fosse pur anche, non pentiti cadremmo ed oso dire non inutili, perchè ogni martirio radica la fede e la religione d'un'idea; il cristianesimo si fondò colle successive persecuzioni sanguinose che furono altrettante sconfitte materiali, ma altrettante morali vittorie; e l'amor della patria e della libertà è una vera religione ancor esso. Non inutili cadremmo, perchè in una gente schiava è opportuno, è necessario, è sacrosanto debito dei forti che di quando in quando il sacrifizio di alcuni generosi dia esempio di animo maschio ed innalzi il livello de' caratteri cui la schiavitù e le codardie della servilità accasciano e corrompono. Si versi pure il nostro sangue di vinti: esso concorrerà a fecondare con quello dei martiri che ci precedettero, il sacro germe della libertà. Per noi, per me, la sorte è tratta, e bisogna che il destino si compia.»

Mario Tiburzio a queste parole sorse in piedi, levò risolutamente la sua bella testa e scosse le chiome con nobil mossa onde si accrebbe ancora l'aspetto di forza e di coraggio che improntava la sua fisionomia, tese la mano verso Romualdo, Selva e Vanardi, che s'erano alzati ancor essi, e soggiunse con accento di cui impossibile dire l'efficacia ed il fascino:

— E la risposta fatta all'Azeglio vi dica la mia decisione suprema. Fuori i ferri e via le guaine Viva Italia e libertà! E combattiamo per esse fino all'ultima stilla di sangue.

— Viva Italia! Gridò Selva scosso, trascinato dall'influsso magnetico, direi quasi, di Mario Tiburzio. La vostra decisione è la mia.

— Ed anche la mia; soggiunse Romualdo, affascinato egli pure.

— E la mia; mormorò Vanardi, che impallidì maggiormente.

— Ed anche quella di Benda, ne rispondo io: riprese Giovanni.

Maurilio solo si tacque, rimanendo al suo posto, a quel modo, senza dare il menomo segno di che pensasse o volesse.