— Io credo alla teoria di Lavater, la quale se non ha tutte le rigorose deduzioni della scienza, ha i meravigliosi indovinamenti d'una ispirazione e d'un istinto. L'anima parla, anche malgrado la volontà, colle sembianze della faccia, coll'espressione dello sguardo, colle forme del corpo onde s'è vestita; e l'arte dell'uomo nel mondo è appunto di soffocare quel linguaggio, o dissimularlo, o fargli dire il contrario della verità. Ma non tutti, non sempre, riescono a questo violentamento della propria natura. Un sussulto, un atto, uno sguardo, rivelano ad un punto all'osservatore il nascosto essere dell'anima, ed in un minuto contraddicono alla finzione già perfino fatta abitudine di anni e di anni. Ho incontrato col mio lo sguardo di re Carlo Alberto; io, uno zero sulla terra, ho tenuti fissi i miei occhi in quelli del rappresentante della maggior potenza terrena; ed ho tanto orgoglio da credere che, meglio forse di tanti altri, per la ventura di averlo colto in uno di quei momenti in cui anche al più in sull'avviso cade la maschera, io ho letto nella sua anima. Stimo aver io travisto un istante i pensieri ed i propositi che si agitano nell'intimo essere di quel re taciturno.
«Massimo d'Azeglio ha ragione. Quell'uomo non è il tiranno che noi liberali accusiamo, non è il traditore che maledicono nelle loro conventicole i carbonari: è uno schiavo esso stesso morso dalle strettoie delle circostanze, che copre colla pallidezza ascetica del suo volto e colla clamide di re le sue interne riluttanze e le ribellioni soffocate della sua natura. Non è un Tiberio, quale Tommaseo lo battezzò; è piuttosto una specie di Bruto primo incoronato.
«Quell'uomo soffre e pensa. Il pensiero ed il dolore nei re li fanno più acconci a comprendere ed amare i popoli. Quel principe ha una fede e un'ambizione. Vuole che il suo nome non passi inosservato fra la schiera dei regnanti di cui recita la litania lo scolaretto che ha mandato a memoria il trattatello di storia patria, ma che obliano le povere plebi memori soltanto di chi ha fatto loro molto bene o molto male; e crede che colla preghiera potrà ottenere da Dio le fortunate vicende onde conseguire il suo scopo. Quali mezzi trascegliere non sa, e forse non giunge sinora a vederne alcuno ad arrivo di sua mano. Esita ed oscilla forse innanzi a due grandissimi còmpiti: far la nazione e risuscitar l'Italia; o farsi il riformatore del suo popolo e lasciare al re venturo un paese più ricco, una popolazione più omogenea, una società meglio ordinata. Forse gli mancano la forza e l'intelligenza sia per l'uno che per l'altro di questi sommi propositi; e la turba di cortigiani, di mediocrità ignoranti e prosuntuose, di uomini del passato che si assiepano intorno al suo trono, non gli lascia scorgere nè la possibilità nè i modi per affrontare l'una o l'altra, o tuttedue codeste imprese. Vuole e disvuole; ora si rincora, ora si stanca e s'accascia; tenta tenersi preparato per questo e per quello; rinuncia ad ogni cosa; riprende lo sperare e l'agire; ma tace e tutto rinserra nel profondo dell'animo.
«Quell'indole incerta si lascia in balìa degli avvenimenti: forse egli non si deciderà mai e morrà senz'aver fatto nulla, dopo aver vagheggiato tutto, mantenendosi in quella timidità d'atti malgrado la temeraria audacia dei pensieri, se la forza delle circostanze o l'influenza d'una potente volontà non vengono ad esercitare un impulso su di lui. Bisognerebbe quest'impulso produrlo e farsi collaboratori, a sua stessa insaputa, dei suoi segreti, non anco ben precisi intendimenti.
«Il più agevol modo sarebbe quello d'una potente personalità, d'una grande intelligenza che lo accostasse, gli leggesse per entro, prestasse alle sue aspirazioni, forse ancora troppo vaghe, la precisione ed il vigore di concetti politici, lo persuadesse della possibile attuabilità di essi, lo dominasse coll'influsso della verità e coll'autorevolezza del genio. Ma dove trovarla questa eminente intelligenza speciale? Io non la so per ora vedere in Italia. Gioberti è un altissimo e vastissimo intelletto; nella sua un po' confusa filosofia si hanno degli sprazzi luminosissimi di vero; il suo Primato è un'esercitazione rettorica in cui rivive la potenza dei grandi scrittori italiani del cinquecento, in cui la vena immaginosa e ridondante dello stile va fino al paradosso, ma in cui non si mostra per nulla il politico pratico ed effettivo. Questa qualità ha di meglio Cesare Balbo, ma è troppo rimesso e senza le audacie prudenti di nuovi principii. Massimo d'Azeglio stesso è un buon scrittore, un egregio patriota, ma non discerno ancora in lui quelle qualità, che mi sembrano opportune, di operosità intellettiva infaticabile, di prontezza e continuità fecondissima di spedienti, di tenacità e d'unità di pensiero, pure colla varietà infinita delle capacità e dei modi, a seconda delle circostanze, degli uomini, dei casi, il quale, sempre presente a se stesso, tutto volge a benefizio, tutto intende all'ottenimento del suo fine; e su tutto codesto quell'influsso inesplicabile, quel fascino di superiorità che si fa riconoscere da chicchessia, e che anche i malvolenti obbliga a sottostare al predominio del genio. Forse — e voglio sperarlo per la nostra patria[5] — quest'uomo esiste nella massa dei nostri concittadini: ma chi sa additarlo? E donde potrebbe il re trarselo ai suoi fianchi consigliatore, ispiratore e ministro?
«Se non l'influsso d'un uomo, rimane allora che il concorso delle circostanze sia quello che mostri la via, che dia la spinta per essa all'animo esitante del nostro re. Possiamo noi crearle queste circostanze? Massimo d'Azeglio, secondo me, ha ragione: noi lo possiamo. E quando dico noi, intendo dire non soltanto i congiurati in nome della libertà, carbonari od altri, non solamente i Piemontesi e Liguri, non solo gli appartenenti alla classe mezzana che sono abbastanza istrutti da apprezzare che cosa sia nazionalità e libertà e da capire che non possedono nè l'una nè l'altra; ma intendo tutti quanti sono italiani da un estremo all'altro della penisola.
«Io sono d'accordo col semplice, ma vero e grandioso concetto di Massimo d'Azeglio: congiura universale, pubblica, aperta, in favore del bene e del progresso. Agire sopra un uomo solo che ha il potere, sarebbe più semplice e più speditivo; ma ce ne mancano i mezzi: agire sopra tutta la massa della nazione è più lungo, ma più sicuramente efficace ancora. Quest'opera ammette, include e comprende un'infinita varietà di mezzi, che tutti poi si raccolgono in una sola parola — una santa parola, amici miei: — Educazione popolare. Chiunque diminuirà non sia pure che d'un centellino l'ignoranza della nostra plebe, avrà lavorato pel bene, per la libertà e per l'emancipazione d'Italia, più certo che non noi coi generosi giuramenti delle nostre segrete congreghe.
Mario Tiburzio accennò parlare; Maurilio fece segno non l'interrompesse, e continuando con più calore, soggiunse:
— Certo l'opera è più umile, ma è di tanto più fruttuosa di bene, poichè possiamo essere certi, quand'anche il propostoci fine da noi non si ottenga, che infiniti vantaggi resteranno nel popolo. Val cento mila volte più una scuola aperta nell'ultimo dei villaggi, che una insurrezione anche vittoriosa. Noi prepareremo un popolo conoscitore de' suoi diritti e scientemente desioso di libertà. Con un popolo tale sarà patriota anche il principe; e se per la lentezza dei progressi Carlo Alberto morrà senza aver potuto sguainar la spada contro l'Austria, legherà a suo figlio la vendetta del suo nome ed il debito della santa guerra.
«Nella nostra insurrezione credete voi d'avere il popolo dalla nostra parte? La parola popolo ha mille sensi; e noi siamo troppo usi ad intendere per essa quelli soltanto che partecipano dei nostri sentimenti e delle nostre opinioni. Io voglio significare l'universalità di quanti sono cittadini, fra cui il maggior numero non si merita ancora che il titolo di plebe. Questa plebe non l'abbiamo con noi; ben disse Massimo d'Azeglio. I nostri interessi patriotici e liberali si agitano al di fuori della sfera di quella misera gente e non la toccano. Ben altra è la quistione che incombe con tirannica pressura su quei diseredati: la questione del pane, la sicurezza della esistenza delle loro famiglie.