«Questa massa di popolazione ha in sè una forza latente di cui è inconscia essa stessa; e da tal forza soltanto noi potremo aver i mezzi da vincere le monarchie e lo straniero e l'attuale ordinamento politico; ma allorquando soltanto questa massa si gettasse volonterosa, confidente, spinta da un evidente suo vantaggio con noi. Invece che vantaggio possiamo noi arrecarle? Che cosa prometterle che poi siamo in grado di mantenere? La libertà? Ma se ella è in tali condizioni di mente da non capire che cosa sia. L'indipendenza della nazione? Sa ella forse che cosa sia una nazione? Domandate al villano piemontese, al cafone napolitano s'egli sia italiano. L'unità della patria? Ma per lui la patria è il campanile del villaggio, è la fangosa strada della sua officina. Come volete ch'egli abbia un amore platonico per quelle sublimi idee che ci commovono, noi che abbiamo studiato? La plebe vi domanderà, prima di scendere ad urtarsi contro il trono cui la tradizione se non altro le ha mostrato a rispettare: — Avrò meno miseria e men lavoro? — Se voi le rispondete affermativamente, mentite; ed ove questa menzogna la persuada, ne sarete puniti di poi tremendamente. Ma il vero è che nè anche se voi le affermaste questo suo riscatto dalla miseria, la plebe onesta non vi crederebbe, e non avreste con voi che la bordaglia ribelle ad ogni autorità, mantenuta nel dovere soltanto dal rigore delle leggi, la quale non vedrebbe in un rivolgimento che la guerra ai ricchi, e non farebbe altro che danneggiare e disonorare la vostra causa.

«La plebe dunque non l'avremo con noi, non bisogna nemmanco pensarci; e senza di essa noi siamo debolissimi nemici alle forze della monarchia....

— Avremo anche la plebe: interruppe Mario. Le cose che voi mi dite, Maurilio, credete voi che io non le abbia pensate? Ho cercato d'aver alleata — e dirò anzi complice — anche quella parte di popolo. In essa pure serpeggia il malcontento, ed il suo malessere presta favorevole occasione alla nostra propaganda. Quando si sta male, torna un vantaggio ogni cambiamento. Vi ha un uomo qui che si afferma — e me ne diede prove incontrastabili — avere sopra la plebe di questa città direttamente o indirettamente autorità grandissima ed impero sicuro. Con quest'uomo mi son posto in istretti rapporti. Sotto certe condizioni egli ci promette il suo appoggio.

— Chi è quest'uomo? Domandò vivamente Maurilio, a cui traverso la mente balenò un sospetto.

— È un essere misterioso che pur vivendo in mezzo alla più elegante società ha strette attinenze coi più bassi fondi della plebe. Nei salotti lo chiamano il dottore Luigi Quercia, nelle taverne dei più miseri cenciosi è conosciuto col nomignolo di Medichino.

— Lui! Esclamò Maurilio. Gian-Luigi?

— Voi lo conoscete?

— Lo conosco.

Maurilio curvò il capo e stette in silenzio, con atteggio di abbandono, come subitamente oppresso da una prepotente invasione di varii e tumultuosi innumeri pensieri.

Tiburzio continuava: