— Egli viene di là dov'essa era! E' l'ha vista sino adesso! Egli osa parlarle; egli lo può.... Egli è ricco, egli è bello!.... Ed io invece?.... Io?..

Ma se Maurilio avesse un po' più attentamente esaminato il volto dell'amico, avrebbe visto che uno straordinario e profondo abbattimento era avvenuto nelle sembianze di Francesco, sì liete e benigne allorquando egli avevagli parlato sullo scalone dell'Accademia Filarmonica.

L'incarnato delle guancie era sparito, le sopracciglia erano corrugate, i lineamenti contratti, lo sguardo acceso, ma di una fiamma che pareva furore; perfino quell'aria di bontà, che dissi affatto naturale alle belle sembianze del giovane, aveva dato luogo ad un'espressione di sdegno profondo. Si vedeva ch'egli era in preda ad un'emozione gravissima cui si sforzava di padroneggiare e dissimulare, ma che tutto lo possedeva.

Strinse con vivacità febbrile le mani degli amici, da quella di Maurilio in fuori, il quale non mosse, come gli altri, all'incontro di lui, e prima che alcuno avesse campo ad interrogarlo, disse con voce di cui invano tentava frenare la concitazione:

— Sono qua ancor io.... Tardi non è vero?.... Ma che volete? Certe schiavitù di usi sociali..... E poi ben sapete che qualunque cosa decidiate io sarò sempre con voi. L'avevo detto a Selva..... Però ad un punto la vergogna ed il rimorso mi colsero.... Ebbi bisogno di partecipare alle vostre risoluzioni.... ebbi bisogno di vedervi... di venirvi a stringere la mano... di ritemprarmi ai forti propositi col vostro contatto.... Là donde vengo, in quella affatturata congrega che è il mondo elegante, si respira un'aura corruttrice che vi snerva a vi accascia... Per esso ho troppo sinora trascurato voi e la grand'opera vostra e i miei doveri di cittadino. Perdonatemi. Eccomi ora tutto a voi. Che cosa fu deciso? Siamo noi finalmente alle opere? Di parole ne abbiamo già dette troppe. È tempo di fatti, mi sembra. Orsù ditemi che mi tocchi di fare; assegnatemi qualunque còmpito, vedrete se io vi mancherò.

Parlava a balzi, vibrato, come uomo in cui il sangue batte in sussulto nelle vene e il cuore palpita violento.

Giovanni Selva in poche parole lo informò di quanto in tutta la serata si fosse detto, e di quanto stavasi pur allora discutendo.

— Mario Tiburzio ha ragione: esclamò Francesco Benda con violenza. Questa schiavitù è troppo vergognosa oramai a sopportare. Qualunque cosa si faccia, ma si scuota il giogo. Vengano in aiuto, non che le masse della plebe, ma le legioni dell'inferno, che saranno le bene accolte. Abbasso questo regime di privilegi; abbasso questa nobiltà superba che ne oltraggia; abbasso questa prepotenza di militari e di cortigiani, di carabinieri e di parassiti del popolo che ne umiliano, e, vivendo di noi, si credono dappiù di noi e si arrogano il diritto di calpestarci. Io do il mio suffragio a Mario Tiburzio. Finiamola pur una volta.

Maurilio si alzò dal suo posto e venne pian piano verso Francesco, guardandolo attentamente. Vide l'emozione profonda e nuova dell'amico, e ne suppose la causa. Quando fu rimpetto a Benda, gli mise una mano sulla spalla e gli disse con accento pieno d'amorevole interesse:

— A te è capitato pur mo' qualche scontrosa faccenda. Tu hai avuto ad urtarti con questa oltracotanza, cui sì vivamente proclami ora intollerabile.....