Il povero Francesco dirugginò i denti e si battè coi pugni chiusi la fronte.

— Sì, continuò egli con voce ansimante, sì fui percosso sul viso là, in quella tanta luce, innanzi a quei tanti sguardi. Oh che cosa avreste fatto voi altri se una tanta vergogna vi fosse stata inflitta? Io mi sentii girare la testa; una nebbia scura mi venne innanzi agli occhi, con un scintillio tramezzo d'infuocate faville; negli orecchi avevo un ronzio che mi pareva composto di mille sogghigni di scherno; non vidi più distintamente per un istante innanzi a me che quella faccia impertinente che ghignava colle labbra tirate. Lo afferrai pel collo. Un grido di voci femminili si alzò intorno a me. Fra queste voci ne distinsi una che ha su me un assoluto impero. Ciò mi tolse la forza e mi fece rientrare in me. Che avvenisse allora, non so bene. S'intromise della gente; pronunziai e ricevetti in iscambio delle parole di disfida; mi ricordo aver visto il conte Sanluca che conduceva seco il marchesino da una parte, mentre il dott. Quercia trascinava me dall'altra. Non sentivo più in me che una gran confusione. Mi pareva di sentire su me lo sguardo sprezzoso di certi occhi superbi, e non osavo più levare i miei. Quercia mi condusse in un salottino appartato.

«— E adesso che cosa volete fare? Mi domandò.

«— Voglio ampia soddisfazione: risposi. Appena sia giorno voglio battermi con quell'indegno. Oh! lo ammazzerò.

«Quercia mi propose di farmi da secondo e di combinare le cose relative ad un serio e sollecito duello. Lo ringraziai di tutto cuore. Volevo partire di colà, dove lo spazzo mi pareva m'abbruciasse i piedi. Il dottore me ne sconsigliò.

«— Perchè cedere così il campo? diss'egli. Sarebbe quasi un confessare il vostro torto e la vostra sconfitta. Il marchesino non partirà, egli, ma scorrerà a mostrare per le sale il trionfo della sua impertinenza. Rinfrancate anche voi il vostro aspetto, prendete l'aria più calma e più sicura che possiate e venite di nuovo in mezzo a quella turba a sfidare audacemente colla vostra presenza le mormorazioni e gli scherni. Li farete tacere, ed è tanto di guadagnato. Se alcuno v'interroga sull'accaduto, preparatevi un buon motto da rispondere, in cui si contenga un epigramma pel signor marchese, e quando v'incontrate con esso, fissatelo fermamente in viso, sforzandovi a frenare la collera, senza essere troppo provocante, ma guardandovi bene dal chinar gli occhi innanzi ai suoi.

«Compresi che Quercia aveva ragione. Mi feci calmo per quanto potei, e tornai nelle sale affollate. Innanzi a me sentivo interrompersi i discorsi o finire in bisbiglio al mio passaggio; alcuni timorosi mi sfuggirono; altri si mostravano molto stupiti della mia audacia. Vi fu chi mi consigliò a partirmene di tutta fretta.

«— Non sapete che il vostro è un caso serio? Mi si disse. Avete portato la mano sopra un dignitario di Corte in un luogo dove c'è di presenza S. M., e che quindi è diventato come il Palazzo Reale: oh! non v'è da scherzare.

«Che cosa importava a me della presenza di S. M.! Era il marchese che primo era trasceso ad eccessi. Io non aveva fatto che difendermi. Fossi anche stato davvero nel palazzo del re, anche nella sua camera medesima sotto i suoi occhi, se un prepotente mi avesse oltraggiato di quella guisa, avrei avuto ogni diritto di propulsare l'offesa e nessuno, per Dio, avrebbe potuto frenarmi.

«Alcuni pochi mi vennero a stringere la mano. Nella gran sala vidi da lungi il mio avversario: era col suo amico Sanluca e collo zio di quest'ultimo il conte Barranchi, il comandante generale dei Carabinieri e capo della polizia. Parlavano animatamente: certo del fatto intravvenuto. Baldissero rideva con fatua insolenza; Sanluca narrava con calore cose che parevano destare una forte sorpresa e una maggiore indegnazione nel Generale dei Carabinieri. Al vedermi il marchesino fece un brusco movimento tosto represso, e il suo riso si ghiacciò sulle labbra. Sanluca, accortosi del cambiamento dell'amico, ne seguì la direzione dello sguardo e trovò me a capo della sala, che guardavo, lascio a voi pensare come. Disse alcune parole all'orecchio dello zio, accennando cogli occhi al luogo dove io era. Il conte Barranchi volse verso di me la sua faccia scura da poliziotto; vidi nel suo sguardo una minaccia; mi piantai fermo coi piedi dove mi trovavo, e mi promisi che non mi sarei mosso di là, finchè quei cotali fossero stati a guardarmi.