«Il Generale disse qualche paroletta a Sanluca, il quale si affrettò ad allontanarsi. Non cessavo di tener gli occhi fissi sul conte e sul marchese; quest'ultimo ostentava di non far la menoma attenzione a me: lo zio di Sanluca mi fulminava colle sue più tremende occhiate. Poco stante vidi il nipote tornar presso allo zio insieme con un ufficiale dei Carabinieri in gran montura. Il conte Barranchi disse a quest'ultimo poche ed asciutte parole che parevano un comando, accennando a me con un moto della testa. L'ufficiale volse gli occhi nella mia direzione, fece un inchino come per dire che aveva compreso ed avrebbe obbedito, e si allontanò. Bene avevo capito che si trattava di me, ma che cosa mi si volesse, non sapevo indovinare. Due minuti dopo l'ufficiale dei carabinieri essendosi fatto strada in mezzo alla gente, giungeva presso di me.

«— È lei l'avvocato Benda? Mi domandava col piglio altezzoso di un superiore che parla ad un subalterno.

«— Per servirla: gli risposi nel tono medesimo.

«L'ufficiale corrugò la fronte e prese un accento ancora più insolente.

«— Ho bisogno di parlarle. Venga meco.

«Io lo guardai dall'alto al basso.

«— Se ha qualche cosa da dirmi, risposi, può parlare qui stesso.

«— Signor no, questo non è luogo da simili discorsi. Orsù meno parole. Si compiaccia seguirmi.

«Questo dialogo, benchè fatto a voce bassa, aveva attirato l'attenzione dei circostanti, che si affollavano a far cerchio intorno a noi. Feci un lieve cenno di testa ad accennare che acconsentivo, e lo seguii fuori del gran salone.

«— Ora, mi dica senz'altro quel che mi vale la fortuna di questo colloquio: dissi, quando giunto in una delle sale vicine, piantandomi fermo a metà. E l'ufficiale, con quel medesimo piglio con cui s'arresta un malfattore, mi rispose seccamente: