«— S. E. il Generale vuol parlarle egli stesso. È qui in questo gabinetto che l'aspetta.
«Mi condusse nel medesimo salottino dove Quercia mi aveva condotto poc'anzi.
«Il conte Barranchi stava piantato, duro come un piuolo, il mento fieramente appoggiato sul suo goletto duro, impettito nella sua corpulenta statura da granatiere, lo sguardo pieno di minaccia, la bocca atteggiata a severità sotto i suoi ispidi baffi, la mano sinistra posata sull'elsa del suo sciabolone, tutto sbarbagliante sotto i lumi nella sua gran montura da generale.
«Mi guardò con piglio di tanto superbo disprezzo che me ne sentii friggere il sangue; e poi, dirigendomi la parola con oltraggiosa imponenza, e dandomi del voi, come avrebbe fatto ad un suo carabiniere preso in fallo di disciplina, mi disse in tono d'interrogatorio fiscale:
«— Ah ah! Siete voi il nominato Francesco Benda?
«Io sentiva l'ira venirmi crescendo sempre più entro l'animo. Quel volto poco intelligente ma impertinentissimo di poliziotto cortigiano, quel tono, quel darmi del voi, mi aumentavano il furore che appena potevo oramai contenere. Lo guardai in faccia come pochi osano guardare quel prepotente che dispone a suo scellerato arbitrio della libertà dei cittadini, audacissime parole mi vennero alle labbra, fui per dargliene del voi, come egli faceva meco, mi contenni a stento, e risposi asciutto:
«— Son io.
«Il mio contegno parve dapprima maravigliarlo altamente, poi indignarlo vieppiù.
«— Cospetto! Esclamò egli, battendo colla mano in sull'elsa. Voi tenete la cresta molto alta, signorino, ma ve la faremo abbassare. Oh oh! se ve la faremo abbassare.
«L'ufficiale che lì mi aveva condotto, accennava partire. Il Generale gli si volse bruscamente e con tono di comando militare, gli disse: