— Vieni a riposare, Maurilio.

Questi al suono amichevole di quella voce si fermò e si volse ratto là donde era partita. La sua fisionomia era commossa con espressione affatto nuova, quale nessuno in esso non aveva visto mai. Accorse al letto di Giovanni e gli prese vivamente la mano.

— Tu non mi disprezzi, non è vero Giovanni? Tu non credi che io sia un vile?

Selva sorse a sedere sul letto e rispose con caloroso affetto:

— Mai no. Che pensieri sono questi?

Maurilio si strinse con tuttedue le mani la vasta fronte e con voce soffocata e quasi affannosa proruppe impetuosamente:

— Giovanni, questo è un momento strano nella mia vita, un momento che forse non si rinnoverà più..... Io che sempre fui chiuso in me stesso, ho bisogno di espandermi.... Soffro ed ho bisogno di parlare. Tu sei quello che più m'ami... che io più amo.... A te debbo la vita, a te debbo d'essere stato chiamato fratello da labbro umano.... vuoi tu accogliere la piena del mio cuore che trabocca? Nessuno mi conosce, nessuno mi conoscerà forse mai! Vuoi tu leggermi nell'anima?

— Parla, parla: disse Giovanni con calore, abbracciando Maurilio.

Questi sedette sulla sponda del letto dell'amico, e le mani intrecciate con quelle di Giovanni, così di subito prese a parlare.

CAPITOLO XV.