«Quello, che ora è finito, è giorno solenne per me: dies nigra notanda lapillo: il giorno in cui ricorre quello dal quale incomincia, se così mi lasci dire, l'epoca storica della mia vita. Ventiquattro anni or sono, nella prima mattina di un tal giorno di questo mese, io, bambino di poche lune, fui trovato in mezzo al fango del selciato in una delle più luride vie di questa città.
«Era un giorno precisamente come quello che or ora è caduto nel baratro del passato, scuro, tristo, nebbioso, pieno di freddo e di neve. Me lo ha detto mille volte quel crudele che ebbe, trovandomi a vagire, la funesta pietà di raccogliermi.
«Non ho nome, non ho famiglia, non sono figliuolo di nessuno. Un fatal giorno, certo non desiderato, forse paventato, oggetto fin da prima del nascimento di rammarico e di odio, me ne venni al mondo per incontrarvi od una subita morte o l'abbandono. La mia nascita forse fu un peccato, forse un delitto, o venne accrescimento di miseria a miserissimi; vollero togliersi via dagli occhi con me un rimorso od una vergogna, o semplicemente una bocca di più da alimentare.
«Fui abbandonato! Là nelle immondizie d'una immonda strada, alla ventura d'essere schiacciato da un carrettiere incauto, o lasciato morire da insensibili passeggieri, o da qualche pietoso raccolto.
«Fui abbandonato! Forse di me nulla sapevan che fare! A me nessun affetto legava l'anima di qualcheduno! Per me la natura non parlava al cuore di nessuno!
«Non ebbi forse una madre?... Madre! Questo nome che fin dai primissimi anni mi suona così dolce nell'anima..... Questo nome che quando, ancora nell'infanzia, udivo pronunciato da' miei compagni mi venivano, e non sapevo perchè, le lagrime agli occhi!.... Oh forse la povera donna morì sopra parto e mi lasciò solo: o forse fu collo schianto dell'anima che dovette cedere alla mano di ferro della necessità che mi staccava dal suo fianco..... Ah! l'avrei amata cotanto mia madre!.....
«Questa sera mi piacque aggirarmi colà, per quella scura e sconcia strada in cui vagii neonato in quella cupa notte d'inverno, e scorsi il miserabile quartiere con lento passo, il cuor palpitante, la mente commossa, come se uno di que' sassi del selciato, una di quelle scalcinate ed annerite pareti, una delle anguste, umidiccie porticine, l'aria stessa che respiravo, mi dovesse ad un tratto miracolosamente rivelare il mistero, forse infame, della mia origine.
«Quante volte non ho io già fatto quel doloroso pellegrinaggio, e sempre con quanto spasimo dell'anima segreto, soffocato, dolorosissimo!
«Questa sera, la sorte, là su quella motriglia che a me fu culla, mi pose innanzi un bambino che piangeva. A quel suono di pianto in tal luogo, tutta la mia penosa esistenza, accompagnata di disprezzo e di vergogna, mi sorse innanzi spiccatamente ad un tratto. Se fosse stato un lattante quel bimbo, l'avrei preso fra le mie braccia, l'avrei recato meco, avrei voluto essergli padre, avessi dovuto vendere, per nutrirlo, il sangue delle mie vene. Rivissi in pochi minuti la sintesi intiera di tutti gli anni che ho travagliosamente trascorsi; ripiansi, per così dire, tutte le mie lagrime, imperocchè nella corta mia vita passata non ci sia nemmanco il ricordo d'un sorriso di gioia.
«Oh! perchè fui raccolto se non mi si voleva dar che tormenti? E può Dio ascrivermi a peccato se io desiderai come fortuna d'essere morto nell'abbandono, se più volte ho maledetto meco stesso chi seco mi prese e il momento in cui mi rinvenne?