«— Perchè non mi lasciaste abbandonare sul passo d'una chiesa, dissi al buon prete, come aveva intenzione di fare l'uomo che mi raccolse? Qualcun altro più veramente pietoso mi avrebbe forse preso seco di poi; o sarei stato recato all'ospizio dei trovatelli, e sarebbe stato meglio per me; e fossi anche morto di freddo, sarebbe stato meglio ancora.
«— Non ribellarti ai decreti della Provvidenza: mi rispose il curato con quella sua semplicità grave e quell'affettuosità mezzo di padre, mezzo di maestro in cui sentesi quasi un'ispirazione superiore e la fede d'una coscienziosa persuasione. Io non fui che lo stromento della Provvidenza divina. Menico e sua moglie erano soli, e l'avarizia e l'egoismo li facevano piegare verso il male e la durezza di cuore; sperai — e che ciò avvenisse pregai internamente, sallo Iddio — sperai che un nuovo affetto, quello paterno, che nuovi dolcissimi doveri e nuove gioie famigliari, cui la natura aveva loro rifiutato, avrebbero esercitato un benigno influsso su quelle anime per avviarle verso il bene. Così non fu pur troppo; e tu ne hai da soffrire. Non mi pento tuttavia di quanto feci; e non ti so dare altro miglior consiglio nè altro maggior conforto, fuor quello di dirti: rassegnati a quelle prove che Iddio ti manda, e benedici quella mano che ti percuote, se per essa può aquistare pregio maggiore e merito innanzi a chi la creò quell'anima immortale che in te alberghi.
«Ma ch'io ti narri le cose per ordine.
«Quando Menico mi raccolse, le mie piccole membra erano avviluppate in misere fascie senza puntiscritto nessuno. Su di me una lettera su carta grossolana, scritta da mano inesperta, ed un ricco rosario d'agata, a cui legato per un filo un bottone stemmato d'argento da livrea di domestico di nobil casa.
«Li conservo preziosamente questi oggetti: e molte, molte volte li guardo, li riguardo a lungo a lungo, leggo e rileggo quelle poche righe di scritto, li interrogo con affanno, come se mi potessero parlare e dirmi donde vengo, chi sono, chi furono i miei. Essi rappresentano per me il mistero del mio nascimento, che una folle speranza mi sta lusingando ancora nell'animo io possa scoprire un giorno. Essi furono i segreti confidenti delle mie pene d'infanzia, lo sono tuttavia degli attuali tormenti della mia giovinezza.
«Se li possiedo ancora ne vo debitore a Don Venanzio. Menico me li aveva tolti, e l'unico pensiero che gli avesse potuto suggerire l'avara moglie, in proposito, era quello di vendere il rosario ed il bottone, e beccarsene i denari. Per fortuna il curato indovinò il brutto loro disegno, e tanto bene e con tanta forza seppe parlare, che indusse Menico a consegnare quel sacro deposito nelle mani di lui, il quale avrebbe rimesso quegli oggetti a me, a cui spettavano, quando grandicello così da poterne capire l'importanza e custodirli colla voluta devozione.
«Ah! mi ricordo sempre il giorno in cui Don Venanzio mi fece entrare nella sua cameretta alla canonica, ed eravamo soli egli ed io, per consegnarmi quelle per me vere sacrosante reliquie. Avevo allora otto anni, ed avevo fatto in quel dì medesimo la mia prima comunione. Fisicamente ero indietro assai, debole, piccolo, miseruzzo come Dio tel dica; perchè d'ogni fatta stenti ne avevo sofferti; ma intellettualmente ero innanzi a tutti i miei coetanei non solo, ma a quelli ancora che mi sopravanzavano di più anni in età; onde il buon parroco che mi aveva preso ad istruire e ad amare — fu il solo che mi amasse! — aveva voluto che celebrassi quell'anno medesimo la mia prima Pasqua, e venissi insieme in possesso delle uniche cose che io di mio possedessi al mondo. Era di festa, una domenica, ed una bella giornata primaverile rallegrava la natura. La cameretta imbiancata di calce del curato, modesta e pulita, povera e gaia, era tutto profumata dei fiori delle siepi di biancospino che gli avevan recati le ragazze del villaggio. Una vivacissima striscia di sole correva sull'ammattonato e si rifletteva in tinte rosee su tutti gli oggetti circostanti; un'arietta fra tepida e fresca entrava per la finestra aperta, faceva gonfiare le tende di semplice cotone e passava come una carezza sui fiori e sulle guancie del sacerdote e di me.
«Mi era avvenuto parecchie volte di entrare in quella camera o per domandare il parroco, o per cercare, mandatovi da lui, uno di quei pochi libri che schieravano a costa l'un dell'altro la loro legatura di pelle nera, sulla piccola scancìa di legno d'abete che si drizzava allato alla finestra, sopra una tavola nuda di tappeto; e ad ogni volta che io aveva messo il piede là dentro, non sapevo perchè, mi ero sempre sentito occupare da una soggezione reverenziale, come non m'ispirava neppure la venerabile figura del buon prete già tutto incanutito. La nudità di quelle pareti mi tornava solenne più che qualunque suntuosità d'apparato: la gran croce nera al di sopra del piccolo letticciuolo di abete, sulla quale un Cristo d'avorio tendeva le sue braccia magre e stecchite m'incuteva un'ombra di terrore. L'espressione di dolore che c'era sul volto di quel Cristo, invece di intenerirmi, facevami quasi paura; parevami che quell'appeso dovesse al mio avvicinarsi staccare uno di quei suoi bracci inchiodati e respingermi da quella stanza.
«Quel giorno invece, che ci entrai tenuto per mano da Don Venanzio, la mia impressione fu tutt'altra. Lo splendido sole che la invadeva le dava una giocondità inesprimibile. Colla mia nella mano del prete mi sentivo sicuro, come se il genio di quel luogo mi dovesse accogliere con benigna compiacenza. Volsi lo sguardo alla gran croce nera, e mi parve che anche la bella faccia del Cristo di avorio, illuminata dal riflesso di quel sole che batteva sullo spazzo, avesse acquistato più dolcezza nel suo patimento, e di dietro alla sua suprema rassegnazione al dolore, m'incoraggiasse ad avanzarmi con un benigno sorriso.
«Il parroco mi aveva detto che mi avrebbe parlato di cose assai gravi, a cui dovevo porre tutta la mia attenzione e che avrei dovuto rammentare per tutta la vita; onde, quando egli si fu assettato sul suo seggiolone impagliato a bracciuoli di legno non imbottiti, e fu in atto di parlare, io, aspettando ciò che fosse per dirmi, avevo il cuore che batteva forte nel petto.