«Che io fossi figliuolo di nessuno già lo sapevo pur troppo. Me ne avevan chiarito gl'improperii della Giovanna, accompagnati dalle percosse nelle sue frequentissime collere, nate per ogni più futile motivo e sfogate tutte addosso me; me lo veniva rammentando con dispregiosa insistenza il nome di bastardo gettatomi in volto come una maledizione da tutti i ragazzi miei compagni d'età che, in codesto già uomini, si compiacevano del mio soffrire e della mia vergogna.
«— Tuo padre e tua madre: mi disse Don Venanzio: non condannarli. Chi sa qual tremenda necessità, forse, fu quella che li costrinse a tanta colpa, a tanta sciagura! Tu dèi credere che non la volontà loro, ma un inesorabil destino fu quello che te da essi disgiunse: dèi compatirli, invece che accusarli, perdonarli ad ogni modo.
«Quelle miti parole con tanta soavità pronunziate da quel sacerdote di volto sì benigno, forse per l'ora del tempo, per la solennità del giorno in cui l'animo novello, appena aperto alla vita, mi sentivo inondato di sì intima gioia quasi sovraterrena e di un benessere non ancora provato mai; quelle miti parole mi si stamparono profondamente nel cuore, e furono la norma invariabile, alla quale, con qualche eccezione per taluni parossismi di dolore, ebbi informato i miei sentimenti ed i miei pensieri verso gl'ignoti autori dei miei giorni. No, non li accusai — o raramente soltanto, e me ne pentii subito, e chiesi perdono io stesso dell'accusa a quel Dio, a cui mi fu sollievo un tempo rivolgere con fede la mia preghiera. Non li accuso nemmanco adesso; e per quanto grave mi torni e conosca la infelicità del destino, a cui mi hanno, per qualsiasi cagione, condannato, li perdonai e li perdono.
«Poichè il parroco mi ebbe contato per bene tutto quello ch'egli sapeva di me, cioè come e dove Menico mi avesse trovato, soggiunse che stimavami oramai degno d'aver io stesso con me il deposito dell'unica ricchezza che mi appartenesse al mondo, ed aperto il cassettino della tavola, ne trasse un involto in cui erano la lettera, il bottone ed il rosario che ti ho detto.»
Qui Maurilio s'interruppe. Levossi dalla sponda del letto di Giovanni su cui sedeva ed andò ad uno stipo, ove teneva le poche sue robe, dal quale prese un picciolo viluppo di carta ingiallita dal tempo.
«Eccoli qui questi miei preziosi oggetti:» soggiunse egli di poi, tornando a sedere sul letto di Selva, dove recò ed apri la carta ripiegata.
Il rosario d'agata aveva ancora pel medesimo filo appeso il grosso bottone d'argento, il cui luciore era offuscato da un sottile strato rugginoso stesovi dagli anni. La carta della lettera cominciava a tagliarsi nelle ripiegature, ma le parole scrittevi su, benchè l'inchiostro ne fosse sbiadito, si potevano tuttavia legger benissimo.
Maurilio la porse spiegata a Giovanni e gli disse:
— Leggila.
Non vi erano che le poche parole seguenti, scritte con una calligrafia ed ortografia degna della cuoca la meno istrutta del mondo.