«Abiate conpazione per costa povera masnà, che è già batesata, che è ciamata Maurilio, che è il nome di suo padre.»
Il rosario era d'agata, come dissi, e le anella per cui un grano si univa all'altro, e la medaglina appesavi in fondo, su cui l'immagine della Madonna era impressa, parevano d'oro. Poteva dirsi un ricco oggetto. Il bottone d'argento era un grosso bottone di livrea. Lo stemma che vi era scolpito sopra in rilievo era diviso orizzontalmente in due parti; nella superiore vi era un mezzo leone (per dirla in linguaggio araldico) rampante in campo azzurro, nell'inferiore tre stelle disposte a triangolo in campo d'oro; sormontato il tutto da cimiero con corona comitale, ed intorno una lista ripiegata, in cui scritta in carattere gotico una leggenda.
Come Giovanni Selva voltava e rivoltava il bottone al lume della lucerna per dicifrare il motto di quella leggenda, Maurilio gli disse:
— Quelle parole sono: voluntas ardua vincit. un bel motto, ma quante volte smentito dai fatti! Però io l'ho accettato come quello del mio destino, come un ammonimento, datomi, d'entro l'ignoto, dietro cui si nascondono, forse di là della tomba, dai miei genitori.
«Quando il curato mi ebbe posto in mano quegli oggetti, ancor io li guardai curiosamente, e compitai lettera per lettera le parole della carta, e mi sforzai ad interpretare questi gotici segni per me allora inintelligibili. Mi ricordo sempre che il mio animo si trovava in uno stato strano e così nuovo che nulla saprebbe esprimerlo. In certi momenti, a vedere, a toccare questi oggetti mi sentivo un'intima potentissima tenerezza nascermi in cuore e venirmi su, per così dire, e tutto possedermi, e riempirmi gli occhi di pianto: poi ad un tratto una subita freddezza subentrare in me; e guardavo queste robe con occhio asciutto e quasi indifferente, ed ascoltavo le parole del sacerdote come se di tutt'altri si trattasse che di me, e mi accorgevo che la mia mente si distraeva per correre dietro ad altri pensieri, ai più puerili, ad una farfalla che veniva ad aleggiare fuori della finestra, ad un'ape che veniva a ronzare sui fiori, ad una nuvoletta che traverso le tende bianche vedevo vogare sul fondo del cielo azzurro, a nulla di nulla.
«Tutto questo ti dico, perchè tu valga a conoscere meglio lo strano impasto ond'è formato il mio essere.
«I detti che mi rimasero impressi eziandio, furono quelli che mi rispose Don Venanzio, quando io lo interrogai che cosa volessero significare quelle cifre che invano mi sforzavo di leggere.
«— Sono parole latine che dicono, l'uomo savio, l'uomo dabbene superare ogni difficoltà, vincere ogni prova colla forza e colla rettitudine della volontà. L'uomo è in questo senso il fabbro del suo destino; che cioè si può costituire da se medesimo l'ambiente della sua coscienza. Bisogna volere, e rettamente e fortemente volere, e volere il bene; e poi, qualunque sieno le circostanze dei casi, l'uomo o le dominerà, o godrà almeno il supremo vantaggio della tranquillità che proviene dal merito di aver compiti i proprii doveri.
«Molte e molte altre, e tutte sante cose mi disse allora quell'egregio sacerdote su quella vita in cui da quel giorno, diceva egli, incominciavo ad entrare conscio di me e però imputabile dei miei atti; e quando, dopo circa un'ora, mi congedò baciandomi paternamente in fronte ed accarezzandomi colla mano le chiome, come benedicendomi, io mi partii da esso col cuore rigonfio e giocondo insieme, con mille confuse idee nella testa, e senza pur sapere formolare un pensiero. Mi stringevo al cuore le cose rimessemi dal parroco, e ripetevo meco stesso camminando frettolosamente le ultime parole pronunciate da Don Venanzio e che mi suonavano nell'animo come una dolce musica, la cui melodia ci piace revocare nella memoria.
«— Sono figliuolo di nessuno, ma sono figliuolo di Dio!»