«Non me ne tornai subito a casa. Avevo bisogno d'esser solo. Mi recai fuori del villaggio, presso a un torrentello sulle cui sponde inchinavano i loro rami delle acacie in quel tempo già illeggiadrite da quello splendido verde primaverile che è sì dolce alla vista, già coronate di bianche ciocche di fiori. Mi sedetti là su quella riva deserta e stetti lungo tempo così assorto, come se la più profonda meditazione mi occupasse. Non pensavo a nulla. Guardavo l'acqua che mi correva a' piedi e sembrava giuocare tra i grossi sassi che ne occupavano il letto. Di quando in quando, traevo dal seno, dove li avevo riposti, questi oggetti e li contemplavo attentamente, compitando ad una ad una le lettere di queste due righe di scritto e piacendomi delle forme strane di queste cifre gotiche cui non capivo per nulla. Poscia di colpo mi mettevo a pensare della comunione che per la prima volta avevo fatta. Il buon parroco m'aveva detto che, fatta bene la Pasqua, la mia anima sarebbe diventata così pura come quella d'un angelo. Questa pasqua l'avevo celebrata. In questo momento adunque mi trovavo nello stato uguale a quello degli angeli. Pensavo al paradiso dove avevo udito dire si stava così felici in mezzo a tutte le cose belle che vi possano essere. Perchè non avrei potuto andare tosto tosto, in quel momento medesimo, insieme con quegli angeli così beati lassù nell'azzurro del cielo, senza freddo, senza fame, senza battiture, senza dolori fisici come quelli che a me la mia cagionevole salute e i mali trattamenti degli uomini mi procuravano con tanta intensità e frequenza? Oh! se il buon Gesù mi pigliasse seco in compagnia degli altri angeli: pensavo. Mi sentivo risuonare confusamente ma soavemente all'orecchio le armonie dell'organo che avevo udito nella chiesa, e le parole del buon curato dettemi di poi, delle quali non ricordavo più bene il senso preciso, ma erami rimasto come un'eco aggradevole; sentivo ancora il profumo dell'incenso cui avevo visto nella mattina innalzarsi alla volta del tempio in densi avvolgimenti di fumo biancolastro di cui indorava gli orli il sole, che invadeva co' suoi raggi, dalle alte finestre, la Chiesa.
«Non so perchè quelle ore di meditazione infantile mi rimasero di guisa impresse nella mente che di spesso le mi tornano innanzi così fresche di ricordo che mi par quasi di vivere in esse. Quando torno a rileggere quelle righe, a ricontemplare questi oggetti, raro è che io non mi riveda pure là in quel riposto luogo del torrente, sotto alle acacie fiorite, fruscianti colle frondi sotto il venticello della primavera.»
Maurilio tacque un istante, curvò il capo sul petto, come assorto appunto in quella interna visione del tempo trascorso che le sue parole eran tali da evocare.
Fece scorrere tra le sue dita i grani del rosario e volse e rivolse al raggio della lucerna il bottone d'argento.
— Questo rosario era forse la salvaguardia cui credeva affidarmi la religione di mia madre........ Certo ad essa appartenne questo simbolo d'una fede poco illuminata..... Mia madre adunque era forse ricca?...... E questo bottone di livrea?...... Forse appartenne a mio padre.... Gli è forse il segno della sua vil condizione di servo... Oh! se tu sapessi come e quante volte mi sono affannato in matte induzioni ed in congetture impossibili!..... E se mia madre era ricca, perchè fui abbandonato?..... Si vergognava forse di me, del mio nascimento, di avermi avuto figlio chi sa di qual padre!...... Oppure questo rosario loro non apparteneva, l'avevan tolto chi sa dove, chi sa da chi; non l'avevan posto tra le mie fasce che per compensare in alcun modo col valore di esso le prime cure di chi mi avrebbe raccolto.... Appena fui più grandicello, questo mistero della mia nascita mi tormentò con angustia incessante. Quante volte nella solitudine della campagna, dove conducevo al pascolo le giovenche di Menico, io obliai tutto il mondo per affondarmi in questi pensieri! Una velleità ambiziosa mi sentivo spuntare nell'animo, che mi pareva indizio di meno ignobil sangue. Stavo delle ore e delle ore, in me raccolto, collo sguardo della mente, per così dire, fisso in me stesso nel mio interno a scrutarmi con una minutezza inesorabile d'analisi per giudicare da me stesso quali istinti avesse posto nella mia natura il sangue paterno. Talora mi pareva che le generose aspirazioni e l'intelligenza, che superbamente riconoscevo in me superiore a quelle ond'ero circondato, fossero prova di non abbietto lignaggio; un'altra volta poi sentivo alcun che di basso ne' miei istinti, un'acquiescenza, direi quasi vigliacca a quella condizione in cui mi aveva precipitato il destino onde m'arrabbiavo dolorosamente meco stesso, e che conchiudevo esser sicuro indizio della volgarità della mia origine.
— No, codesto non può essere: disse Giovanni Selva. Il tuo solo desiderio di appartenere per sangue alle classi superiori, mi pare argomento da far credere che non eri nato per essere un povero mandriano. Del resto, poco importa chi e quali e che cosa fossero i genitori tuoi. Noi camminiamo verso un tempo, e ci siamo oramai giunti, in cui all'uomo non si domanderà più da cui sia generato, quali i meriti ed i titoli de' suoi padri, ma sibbene che cosa valga e quali meriti sieno i suoi. E questa dev'essere di noi liberali l'opinione immutevole.
— Verso questo tempo camminiamo, è vero. Ci siam presso... forse!... come tu dici... Ma non ci siamo ancora giunti. Ah! dei lunghi anni passeranno ancora, sta certo, prima che nella società non sia più una nota di vergogna la parola bastardo!
— Poichè tanto desiderio — e giustamente — ti possedeva e possiede di conoscere qualche cosa intorno a' tuoi genitori, od almeno intorno a coloro che ti posero addosso quegli oggetti abbandonandoti, non avresti potuto cercar modo di scoprire di qual famiglia sia questo stemma?
— Bene ci pensai... Anzi fu Don Venanzio medesimo che ci pensò, e volle incaricarsi egli stesso delle ricerche. Un giorno si fece consegnare da me e rosario e bottone, e venne a Torino con essi.
— Ebbene?