— Passò allora un uomo, riprese Maurilio, e vistomi a quel modo, e uditomi, entrò sollecito e si curvò con interesse su di me a chiedermi che avessi, perchè fossi lì. Era Don Venanzio. Io non seppi, non potei rispondere altro colla voce interrotta che quelle crude parole cui mi rispose stassera un povero ragazzo: — Ho freddo, ho fame!

«Don Venanzio non ebbe schifo della mia lurida sporcizia; mi prese tra le sue braccia, e tenendomi in grembo andò all'uscio e picchiò forte. La Giovanna, domandato e udito chi fosse, venne ad aprire, e il parroco entrò recandomi seco. Con autorità ed amorevolezza insieme fece alla donna quei rimproveri che aveva già dovuto far prima e che ebbe da fare ancora mille volte di poi sul modo onde ero trattato, e per sua opera ebbi allora rifocillamento di pane e di calore.

«Non ti dirò tutto quanto m'intravvenisse di simile, che sarebbe una troppo lunga e monotona filza di maltrattamenti d'ogni genere. Stenti, improperi e percosse ne avevo senza interruzione, con raddoppiamento d'intensità, di quando in quando, che alla Giovanna la luna era più di traverso del solito, e che a Menico l'ebbrezza giornaliera aveva un grado maggiore. Mi ricordo, fra le altre cose, che più tardi mi facevano dormire sopra un impalcato d'una tettoia senza riparo ai lati, e per letto un po' di strame sminuzzato e sporco più che uom possa immaginare. Colà passavo la notte state ed inverno senza copertura sempre, avvolgendomi per riscaldarmi in quel tritume che poteva quasi dirsi letame. Per salire colassù non volevano nemmanco scomodarsi a pormi all'uopo una scala a piuoli; e siccome io non aveva forza bastante da mettermela a posto, mi industriavo ad arrampicarmi, aiutandomi dei crepacci e di alcuni vuoti che c'erano nel pilastro onde il tetto era sostenuto. Infermiccio e deboluccio com'ero, sovente non me ne sentivo da tanto, e restavo sotto quell'impalcato spargendo lagrime impotenti, anelando a quella lurida paglia a cui non potevo arrivare, come ad un piccolo paradiso. Una volta mi mancarono a mezzo dell'ascesa le forze, caddi e mi ruppi gravemente il capo. Menico udì per mia fortuna il colpo ed il grido, venne fuori, mi raccolse, e d'allora in poi mi fece partecipare del giaciglio che aveva sotto il carro il cane di guardia.

«Se io non sono morto, convien dire che un fortissimo organismo mi avesse dato la natura...

— Ma Don Venanzio, interruppe a questo punto Giovanni Selva, come tollerava egli codesto? Piuttosto avrebbe dovuto toglierti a quei manigoldi ed allogarti altrove, anco prenderti seco.

— Don Venanzio, rispose Maurilio, non poteva veder tutto, e non seppe mai, come non sa neppure adesso ancora, la verità per intiero. Bene era già sufficiente ciò ch'egli vedeva perchè il buon sacerdote se ne commovesse, fieramente ammonisse Menico e la moglie, e li minacciasse eziandio di togliermi alle loro mani. Ma questa minaccia avrebbe egli avuto assai difficoltà poi a tradurre in atto; poichè quale altra fra le povere famiglie di quel povero casale avrebbe voluto accollarsi quel peso? E rendermi ad un ospizio di trovatelli, Don Venanzio non pensava fosse un vantaggio per me. E pigliarmi seco, la sua povertà, che pur trovava modo ancora di soccorrere altrui sottraendo al necessario per esso, la sua povertà di umil prete di campagna non glie lo consentiva. D'altronde sperava egli sempre che un po' d'affetto i due villani avrebbero posto in me, il quale, crescendo, cominciavo a diventar loro utile, e lo sarei stato sempre più; non avevano figliuoli, non congiunti prossimi, nulla era più naturale che a me lasciassero poi quelle sostanze che il parroco sapeva aver essi raccolte e venire aumentando ogni anno; e ciò, pensava egli, sarebbe stata la mia fortuna.

«Menico e Giovanna poi, appunto perchè col crescere degli anni io mi veniva facendo utilissimo, perchè avevano in me un servitore oramai necessario alla loro età più inoltrata e un servitore che pagavano soltanto con un tozzo misurato di pane; Menico e Giovanna, dico, simulavano per bene innanzi al curato, e sapevano all'occorrenza allontanare da lui l'idea di togliermi alla loro casa. Sì, lamentandosi della spesa maggiore che loro costava il mio mantenimento, arrivavano ancora a strappare dal buon prete alcun regaluccio di denari e di robe destinato a me, ma di cui non arrivavo mai a vedere neppur l'ombra.

«Quando la mia intelligenza fu abbastanza sviluppata da poter comprendere la crudeltà della rampogna continuamente gettatami in faccia dalla Giovanna: che io era un intruso in quella famiglia, che non appartenevo a nessuno, che rubavo, per così dire, quello scarso pane che mangiavo, una profonda umiliazione fu la mia. Mi sentii l'ultima delle creature viventi; qualche cosa di più basso che quegli animali, per cui, traendone profitto e costando loro denari, Menico e sua moglie avevano più cura e maggiori sembianze d'affetto che non per me, di più vile del cane, il quale almanco veniva lodato e mantenuto senza troppo rincrescimento perchè teneva lontani i ladri, custode vigile e fedele.

«Perciò allorquando potei dirmi che alcun servizio rendevo pur io a quella piccola associazione e compensavo così il datomi alimento, mi parve di essermi alcun poco rilevato ai miei occhi medesimi.

«Facevo in casa il servo di tutti — uomini e bestie; faticavo come un animale da soma. La sera cascavo dal sonno e dalla stanchezza; ero così sfinito certe volte che mi pareva dovesse mancarmi la vita. Mi lasciavo cadere spossato là dove mi trovavo. Ma gli improperi e lo staffile della Giovanna venivano a restituirmi ben presto il coraggio d'un nuovo sforzo.