«Perchè esistevo io? Perchè esisteva tutto quel mondo che mi attorniava? Avevo udito a nominar Dio. Che cosa era questo Dio? Egli aveva fatto tutto quello che esiste — ma pel suo bene o pel nostro? Se pel suo, come mai aveva egli da aver bene mercè il dolore delle creature? Imperocchè l'idea del dolore fosse la più spiccata e precisa che io avessi dai primi anni miei. Se pel nostro bene, come mai la creazione volgevasi a tale che ne risultava il male? Tutto questo non si combinava coll'idea che avrei voluto farmi di Dio. E s'egli aveva creato ed era onnipossente, avrebbe potuto bene non creare affatto, o distrurre l'opera sua? Non creare! Se non avesse creato ci sarebbe dunque stato il nulla!....

«Mi ricordo che quando questa tremenda idea invase il mio cervello, io credetti impazzire. Il nulla! Niente che esistesse. Dio solo nella sua solitudine infinita!... Ma un Dio inerte e che non facesse nulla si può egli concepire?... Dunque nè anche Dio!.... Nulla! Nulla!.... Sentivo la mia testa scoppiare sotto questo assurdo inconcepibile, e che volevo sforzarmi a concepire.

«La creazione, m'insegnava il catechismo che andavo alla domenica a sentire spiegato in chiesa, era appunto l'atto con cui Dio aveva formato il mondo dal nulla, dunque prima ch'egli creasse, questo nulla dominava lo spazio ed il tempo...

«Mi serravo violentemente colle mani le tempia, come per concentrarvi le idee e le forze del cervello che mi pareano disperdersi. Poi guardavo innanzi a me sbalordito. Vedevo le vacche qua e colà sparse, nella beata calma della loro stupidaggine. Una sdraiata ruminava cogli occhi semichiusi; un'altra mordeva la poca erba del suolo infecondo; una terza, andata a bere, sollevava il muso da cui gocciava l'acqua e guardava fissamente innanzi a sè. Pensavano a di queste cose nelle tante ore inoperose, quelle bestie così placidamente rassegnate alla loro sorte? E se non le pensavano, non erano esse più felici di me? E perchè tali pensieri dovevo averli io, e non li avevano nè Menico, nè Giovanna? Era questo un mio torto, od un mio merito, od una mia sciagura? Non sapevo nè anche questo, ma pure non avrei osato svelarli ad anima viva.

Qui Maurilio tacque un istante e parve esitare; poi fece quel suo strano sorriso, scosse il capo; e riprese:

— Ned ora tuttavia, nemmeno con te, oso tutto disvelare degli intimi pensieri del mio spirito, degli intimi fenomeni che ha nel suo segreto l'anima mia...

— Perchè? Domandò con calore Giovanni Selva; tu dèi pure avere fiducia nella mia amicizia.

Maurilio stette un minuto a capo chino, poi, come riscuotendosi, disse risolutamente:

— Avrò il coraggio di dirti tutto, perchè molte volte ho bisogno d'aiuto nelle mie interne battaglie, e il tuo affetto e la risolutezza del tuo carattere potranno darmene... Ti dirò tutto, dovessi tu pure stimarmi un allucinato o ridere della vanità delle mie illusioni.

Selva lo interruppe vivamente.