— Ridere non mai!... E per crederti così agevolmente allucinato, conosco troppo già la tempra del tuo ingegno e la forza dell'anima tua.

— Giovanni, disse Maurilio volgendo verso l'amico il viso diventato più pallido e gli occhi di una strana luce illuminati: Giovanni, credi tu alle apparizioni? Credi tu al mondo degli spiriti? Credi tu che fra questi vivi della vita d'un giorno e i vivi della vita eterna possa esservi comunicazione diretta?... Io credo!... A me parlano gli spiriti dei morti; io sento nell'anima il susurro de' loro ispiratimi pensieri, alcune rare volte io ne vedo nelle ombre della sera disegnarsi, lievi come il fumo di poco incenso, le loro incerte sembianze... Non interrompermi, non parlarmi, non dirmi che vaneggio... Odimi sino al fine.

«Non avevo più di sette anni. Ero al solito pascolo. Una sera orridamente bella per lo strano spettacolo del cielo. All'occidente un ammasso di nubi di temporale, nero come il fondo dell'abisso, squarciate di quando in quando da un lampo sanguigno. All'estremità di queste nubi, pei raggi rifratti del sole già tramontato, un orlo vivo color di fiamma. Più in su dell'orizzonte un altro accavallamento di nubi bianche come la neve che correvano, avresti detto spaventate, avvolgendosi su se stesse sotto il soffio dell'aquilone. Per la campagna una luce incerta, biancolastra, freddiccia che dava delle tinte livide a tutti gli oggetti. Un gran silenzio in tutta la natura, cui rompevano tratto tratto il rombare del tuono lontano e l'ululato del vento che faceva piegare con gemiti gli alberi, che sollevava altissimi nembi di polvere e li cacciava in disordine innanzi a sè, e passava. Le vacche di quando in quando levavano il muso verso il cielo e muggivano dolorosamente.

«Io non sentiva paura; quell'imponente spettacolo piaceva anzi di molto agli occhi miei; ma pure avevo una certa ansietà nell'animo e un palpito nel cuore, di cui non sapevo dirmi il perchè. Sdraiato sotto gli ontani, guardavo i lampi nel cielo e stavo lì come aspettando qualche cosa che dovesse intravvenire.

«Ad un punto il vento cessò del tutto e il tuono si tacque. L'orlo di fiamma delle nubi all'occaso si spense, quelle altre nubi bianchissime che correvano pel cielo si fermarono, si oscurarono e diventarono color di piombo; parve cessasse dal respirare la natura intiera. Il mio cuore palpitava più forte. Udii al di sopra del mio capo le frondi degli ontani scuotersi leggermente, e mi stupii che il vento tacesse dappertutto e là soltanto agitasse i rami. Una voce — era essa bene una voce? — certo non umana, la suonava in modo così dolce e così nuovo che io non aveva udito nè udii mai rumore terreno che le si potesse paragonare. La sentii non cogli orecchi, ma coll'anima. Non avrei saputo dire se parlasse fuori di me o dentro me stesso; ma era una voce d'altra persona che non io, perocchè mi stupì forte e mi fece rivolgere a cercar chi fosse che parlava. Una voce mi disse: — Bambino! Povero bambino!

«Guardai tutt'intorno; non vidi nessuno. Mi alzai non atterrito, ma commosso. Gli ontani tornarono ad agitarsi; ed allora vidi — oh certo vidi — una figura, un'ombra bianca, diafana, leggiera, che pareva di donna, le cui sembianze non potevo discernere con precisione, ma che avrei detto mi guardasse benignamente affettuosa.

«Non ebbi timore di sorta. — Chi siete? Le domandai.

«Invece di rispondere alla mia richiesta l'ombra mi disse con quella sua voce di cui non posso spiegare la natura, nè l'incanto:

«— Iddio ti ha dato un'intelligenza, e tu devi coltivarla. Un'anima eletta verrà pietosamente a cercarti nelle tenebre della tua ignoranza. Studia. I tuoi patimenti non ti facciano tristo. Soffri, perdona e credi!

«E si dileguò alla mia vista.