«Un altro fra i ragazzi meco istruiti corrispondeva coi più lusinghieri successi all'insegnamento del parroco, ed era perciò ancor egli distintamente apprezzato da Don Venanzio.
«Per una strana combinazione della sorte, questo tale trovai, dopo lungo intervallo che eravamo divisi, questa sera medesima; e ciò valse ancora non poco a far più vivo in me il ricordo di quegli anni infantili.
«Eravamo ambidue superiori a tutti i nostri compagni per l'intelligenza; egli era tale altresì per la forza e l'avvenenza del corpo. Avevamo la sorte comune; ancor egli è un trovatello al pari di me; oltre ciò molte idee compagne, molte aspirazioni medesime ci assembravano. Fu quello il mio primo amico che avessi; l'unico finchè non ebbi trovato voi altri.
«Il suo nome è Gian-Luigi. Una buona donna lo tolse dall'ospizio per balìrlo, e lo ebbe come suo. Ancor egli ha un segno che può essergli stato messo per riconoscerlo di poi da chi lo abbandonò nella ruota degli esposti; ma un segno vago al pari del mio: una lettera stracciata longitudinalmente per metà di cui non si scorge data nè firma, e non si può capir nulla. Un altro segno di ricognizione a lui diede poi la natura in una macchia che par proprio un fiore di viola mammola sopra una spalla.
«La natura volle esser prodiga con lui d'ogni dono: bellezza, forza, intelligenza, coraggio; ma la sua anima irrequieta ed ambiziosa è dominata da un superbo egoismo che è capace di tutto. Un ardore di sapere ci possedeva entrambi, e ci animavamo l'un l'altro, e ci aiutavamo a vicenda, egli coi meravigliosi indovinamenti della sua ratta percezione e del suo intuito potente, io colle deduzioni forse più profonde della mia riflessione. In breve il buon parroco non ebbe più nulla ad insegnarci, perchè aveva trasmesso in noi tutta quella scienza ch'egli possedeva. Ah perchè quel sant'uomo non ci potè trasmetter del paro la calma sua acquiescenza nella sublime umiltà della fede? Quel poco che avevamo bevuto alla coppa del sapere era ben lungi dal bastare a dissetarci. Il nostro spirito audace andava al di là di quella cerchia che ci pareva troppo stretta e in cui si trovava pure a suo agio l'anima modesta del sacerdote. Avevamo divorato, poi letto di nuovo e riletto tutti i pochi libri posseduti da Don Venanzio. Per questi libri in modo incompleto e leggero pur anche, ma tuttavia in modo efficacissimo per le nostre anime giovanilmente vaghe e ansiosamente curiose, ci parlava il mondo coi suoi gran problemi filosofici, morali, sociali e politici. Sull'arido tema datoci da quei libri innocenti lavorava con ardore la nostra fantasia intemperante. Figurati che uno dei libri che più mi agitassero fu il Discorso sulla storia universale di Bossuet. L'umanità allora mi apparve primamente come una grande individualità esplicantesi traverso ai secoli per incarnare un disegno, un tipo, per effettuare un ideale. Afferrai il concetto della filosofia della storia, senza pur saperne il nome nè conoscerne nemmanco che altri l'avesse fondata, esplicata, tentato determinarla in leggi generali. Fui a me medesimo il mio Vico, mi credetti inventore e ci lavorai intorno con la superba passione dell'inventore. Creai il mio sistema, e con fatale orgoglio non conchiusi in favore d'una paterna provvidenza. La necessità generantesi delle cose e l'ingranaggio della dipendenza ineluttabile di cause e d'effetti, di premesse e di conseguenze mi parvero spiegazione sufficiente. Preso per guida e per esemplare il Bossuet, riuscii ad opposte conclusioni.
«Il verme che rode la moderna umanità intellettuale, lo scettico criticismo ci possedeva entrambi, me e Gian-Luigi. Eravamo proprio figliuoli di quella generazione, che avendo visto rovinar tutto, avendo tentato infinite cose e riuscito a nulla, non poteva più aver fede in cosa nessuna. Gian-Luigi, senza mai aver letto Voltaire, aveva il sarcasmo potente di questo demolitore; quando più tardi mi vennero tra mano le brillanti prose di quell'arguto polemista francese che il secolo scorso scambiò per un filosofo, stupii nel trovarvi le scherzose empietà del mio compagno d'infanzia.
«Don Venanzio s'accorse degli effetti dell'opera sua e molto se ne dolse. Forse si pentì d'averci tolti all'ignoranza, nella quale probabilmente avrebbe continuata la nostra fede. Volle argomentare, vincere la nostra incredulità colla potenza della sua teologia: ma le vivaci uscite di Gian-Luigi lo confondevano, le serrate deduzioni dei miei ragionamenti lo imbarazzavano. Atterrito esclamava che per bocca nostra parlava il demonio. Povero prete! Così buono e ci amava cotanto! E l'abbiamo fatto soffrire!....
«Però se io non aveva più la cieca fede del cattolico insegnatami dal curato, non ero neppure andato all'assoluta negazione, a cui aveva fatto capo Gian-Luigi, il quale, di alcuni anni più innanzi nella vita di me, aveva nelle sue concitate passioni di giovane ribollenti nella sua anima audacissima un incitamento alle maggiori temerità della coscienza. Oltre ciò quell'educazione che il parroco aveva incominciata di lui, era stata compita da un altro, ammirato pure dei tanti e luminosi talenti di quel giovanetto. Quest'altro era il medico del villaggio e, come tutti i medici d'un tempo, aveva per dottrina il più puro e franco materialismo. Gian-Luigi era troppo acconcio a far suoi quel sistema e quelle opinioni. Accusava me, timido ed inconseguente, perchè non sapevo spastoiarmi dagli assurdi pregiudizi, secondo lui, dello spiritualismo.
«Se avesse saputo poi che io nutriva entro me peggio di codesto, una credenza che tutti i dotti battezzano per superstizione; la credenza alle apparizioni degli spiriti umani spogliati della carne!....
«Ti confesso la mia viltà. Non ebbi mai l'ardire di pur fargliene cenno. Avrei temuto un suo scherno su questo proposito come una crudele trafittura nel più delicato dell'anima. Ci credevo, — e ci credo — e quella credenza era ed è una consolazione segreta ed un segreto conforto d'indefinita speranza. Questa credenza nel domma superbo dell'immortalità dell'anima, della permanenza della personalità umana, della perfezione dello spirito, mi riattaccava alla credenza di Dio.