— Ma dopo quella prima visione, disse Giovanni Selva a questo punto, ne avesti tu delle altre?

Maurilio fece un cenno affermativo col capo e con accento sommesso e commosso rispose:

— Sì, ma più vaghe ed incerte ancora della prima; tali però da non lasciare in me il menomo dubbio. Sempre quella medesima forma donnesca in atto pietoso. La voce soave non l'udii più, o qualche rara volta, un monosillabo, un'esclamazione soltanto. Mi appariva — e da qualche tempo tornò ad apparirmi — nel crepuscolo vespertino ad ogni volta. Io vedeva nell'aria un mesto sorriso; e mi si cancellava dinanzi. Le tendevo le braccia, la invocavo col grido dell'anima: era sparita. Quando avevo sofferto di più, quando Giovanna e Menico mi avevano peggio maltrattato, ella soleva consolarmi del suo fugace passare innanzi ai miei occhi. L'aspettavo. Certe volte ero contento d'aver patito assai lungo la giornata, perchè speravo che la sera avrei visto il mio buono spirito. E non sempre veniva, ed era allora in me un'amarissima delusione, nuovo più forte dolore. Mi sentivo allora tanto solo nell'universo! Poichè Don Venanzio mi aveva narrato dell'esser mio, avevo dato un nome a quella ombra, e non avevo pure un dubbio che quel nome non fosse suo. La chiamavo mia madre.

«Il mondo soprasensibile mi parlava così all'anima, ed il mondo reale, crescendo negli anni, mi parlava con agognante curiosità alla mente. Cominciò a travagliare il mio spirito intorno al problema della mia nascita. Volli cercare la ragione per cui de' genitori erano costretti a condannare i nati dal sangue loro a quell'insulto che mi gettavano in faccia gli uomini spietatamente colla parola bastardo; e questa ragione, in mezzo ai miei studi incompleti, mal digesti, fatti alla ventura, mi apparve circondata dagli spinosi avvolgimenti della quistione sociale. Il problema della ricchezza e della povertà mi affannò allora ancor esso con una dolorosa confusione del mio spirito. Il buon Don Venanzio non era a gran pezza capace di dire una parola che mi fosse in quello scombuiamento un richiamo, una guida; egli non aveva che una spiegazione sola, un unico principio a cui tutto subordinava come effetto a causa: la volontà di Dio. Questa spiegazione più non bastava al mio scetticismo crescente. Mi ribellavo a veder chiudere in quell'angiporto i miei audaci perchè. Il concetto dell'armonia universale mi sfuggiva, e facendo, come avviene, centro all'universo della mia povera individualità e tutto ad essa recando, conchiudevo suprema ragione delle cose terrene essere l'ingiustizia. L'umanità, quindi, credevo affatto fuor di strada; la rivoluzione sociale essere una necessità assoluta, chi non volesse la civiltà caduta in vecchiaia, fatta impotente, cristallizzata, per dir così, in forme inefficaci, colpite di morte, e però da spegnersi come le civiltà dell'antico Oriente.

«Non abbracciavo tutte le parti dell'immenso quesito. Non apprezzavo e non conoscevo la virtù immensa, e sola effettiva, e sola creatrice, del graduato e lento moto di riforma, in una parola, del progresso, a cui la terra medesima e tutto l'universo deve l'attuale suo stato e dovrà gl'immegliamenti avvenire. Circonchiuso in istretti limiti segnati, me inconscio, dal mio interesse personale, esageravo colla foga esuberante della prima giovinezza.

«Più di me esagerava Gian-Luigi, anche in codesto. Il suo pensiero aveva ancora più temerità e meno logica del mio. Dal medico, il quale con tanto amore l'avea preso a proteggere, egli era ogni anno mandato a Torino per gli studi. Il bravo uomo — senza prole — sognava vedere Gian-Luigi addottorato in medicina, succedergli nella clientela del villaggio, ed a lui vecchio prestare negli ultimi anni le amorose assistenze d'un figliuolo.

«Ma quanto una simile sorte era lungi dal bastare all'irrequieta ambizione del giovane! Fin dapprima questi non anelava che ad una cosa: potersi allontanare di tanto da quel villaggio che nessuno udisse mai più nulla di lui, fuorchè — com'egli si lusingava ottenere — la sua fragorosa celebrità; e non tornarci mai più, fuorchè circondato da una brillante aureola di gloria.

«— Vorrei, mi diceva più volte nei nostri confidenti colloqui, vorrei che strabiliassero tutti che un uomo simile sia venuto fuori dal guscio di quel bastardo che essi disprezzavan cotanto.

«Questo disprezzo era eziandio per lui un tormento uguale se pur non maggiore a quello che io ne provava; quantunque verso di lui siffatto sentimento si manifestasse assai meno che non verso di me, perchè egli era forte, robusto, arditissimo, di sembiante meravigliosamente bello, possedeva una certa autorevole imponenza di persona che faceva effetto su tutti, ed inoltre gli era di salvaguardia la protezione del medico, uomo nel villaggio assai considerevole e stimato.

«Molte volte Gian-Luigi protesse la mia debolezza contro gl'insulti dei compagni, e talora — cosa che mi parve un'audacia incredibile — perfino contro i maltrattamenti di Menico e di Giovanna che io temeva, massime quest'ultima, più di ogni cosa al mondo. La comunanza dei pensieri e dei sentimenti e la riconoscenza che io dovetti mettere in lui per queste ragioni, fecero che io amassi allora Gian-Luigi più di tutti, più ancora del buon Don Venanzio, il quale era pure il solo in cui avessi trovato il tesoro d'un affetto che aveva del paterno. Credevo esser amato ancor io dal mio compagno, ma quanto m'illudevo! Egli ha in codesto uno dei privilegii consentiti alla sublimità del genio: non ama che sè, non pensa che a sè.