«Dappoi che gli era solito venir a passare in Torino, per cagione degli studi, la maggior parte dell'anno, il soggiorno del villaggio era diventato a Gian-Luigi intollerabile. Fastidiva tutto. Nei primi giorni dopo il suo arrivo, si piaceva alquanto a restar meco, per dirmi tutto quello che aveva provato, tutto quello che aveva visto, pensato, sentito, tutte le sue speranze, tutti i suoi pazzi progetti che detti da lui parevano i più facili del mondo a compirsi, tutti i suoi sogni impossibili, che passando per la sua bocca, nella foga eloquente del suo discorso, pigliavano l'aspetto di cosa naturalissima. Ero io il solo in quel paese che potesse capirlo, partecipare a quei suoi sentimenti, completarli quasi coll'appassionato concorso. Io faceva sempre la mia solita vita, se non che lavoravo assai più, pensavo ancora maggiormente, e rubavo le ore al mio sonno, di cui avevo pur tanto bisogno, per leggere e studiare di soppiatto. Gian-Luigi veniva a cercarmi là al pascolo; e che festa per me il vederlo! Ad ogni volta però egli mi si presentava così cambiato in signore che io rimaneva tutto interdetto e non osavo più abbracciarlo. Egli mi recava innanzi gli abiti, le maniere, il profumo, quasi direi, della vita signorile di città; e ti lascio pensare qual effetto tutto ciò dovesse produrre in me. Maggior effetto mi producevano ancora le sue parole. Esse mi svelavano alla fantasia desiosa il mondo novello vagamente immaginato, l'Eden sociale da cui eravamo esclusi noi due, ma di cui egli s'era già pur tuttavia avanzato sino sulla soglia a mirarvi per entro ed in cui giurava di voler entrare.
«Le sue parole mi destavano un tumulto indescrivibile, e me lo destavano del pari i libri che egli mi recava. Furono i primi romanzi che vennero a dar forma più precisa a quella moltitudine di esseri immaginarii che riempivano le scene svariate e confuse delle mie fantasticaggini. Come divoravo quei volumi! Li recavo meco dappertutto e leggevo, leggevo, leggevo, finchè mi bastasse la vista.
«Trascorsi alcuni giorni, quando egli mi avea detto tutto, anche la mia compagnia tornava sazievole a Gian-Luigi. Non solamente non mi cercava più, ma se io andava in traccia di lui, mi sfuggiva. Siccome l'amavo, ciò mi faceva soffrire. Con colpa ben maggiore, egli sfuggiva altresì la brava donna che l'ha allevato, e che aveva ed ha tuttavia in lui un affetto più che materno. A chi gliene muovesse rimprovero, egli rispondeva sdegnoso: non esser egli come tutti gli altri, e le sue azioni quindi da non misurarsi alla regola comune; non aver egli legami di sangue con nessuno sulla terra, epperò averlo sciolto il fato da ogni e qualunque obbligo verso chicchessia. Come nessuno, egli non amava nulla di colà, e quei luoghi che erano sì cari — e lo sono ancora — a me, che pure in essi ho sofferto cotanto, quei luoghi non dicevano niente all'anima sua; ed il suo più lieto momento era quello in cui li dovea abbandonare per tornarsene col pretesto degli studi a Torino.
«Se il medico, il quale lo manteneva all'Università, fosse vissuto, io non so che cosa sarebbe capitato di Gian-Luigi. Forse avrebbe finito per acconciarsi alle voglie del suo protettore ed al destino che questi gli preparava; ma prima che il giovane terminasse il suo corso di medicina, il dottore, assalito da una violenta malattia, in pochi dì soccombette.
«Unico suo desiderio, sul letto di morte, fu di vedere ancora Gian-Luigi che allora trovavasi a Torino. Mandato a chiamare in fretta in fretta, il giovane venne ad assistere all'agonia del suo benefattore. A quello che ne udii, fu uno spettacolo fatto per addolorare un credente, ma non per ammollire l'anima di un incredulo. Il medico materialista, malgrado tutti i tentativi di Don Venanzio, morì nell'interezza delle sue opinioni antireligiose. Gian-Luigi assistette al desolante spettacolo di un'anima che lotta fisicamente contro la morte e giace vinta da questa senza recare seco pure un barlume di speranza. La vita conchiusa tutta in questo breve periodo di tempo, per un'anima nata dal nulla e che torna nel nulla, gli apparve sempre più una lotta in cui bisognava sopravanzare, un giuoco in cui bisognava vincere. Si confermò nella sua credenza: la soddisfazione dei proprii istinti, l'appagamento dei desiderii, essere legittima e suprema regola di vita.
«Il buon parroco non rifiutò le preghiere della Chiesa a quell'incredulo impenitente che ne avea rifiutato i sacramenti.
«— Preghiamo sempre, egli soleva dire in ogni occasione. La preghiera non può dirsi inutile mai, e dirla proibita mi par quasi un'eresia. D'altronde chi può porre un limite alla misericordia di Dio?
«Gian-Luigi accompagnò sino al cimitero la bara del suo benefattore. Credevo di vederlo piangere. Invece l'occhio suo era asciutto e quasi più vivace del solito; aveva le guancie un po' pallide. Stette muto, e non fece il menomo atto che svelasse il suo dolore. Quando la bara fu coperta di terra, egli si volse indietro tranquillo, senza pronunziare una parola e se ne partì lentamente.
«Il cane del povero medico morto aveva seguito ancor egli il funebre corteo, ed ora, sdraiatosi sul cumulo di terra smossa sotto cui giaceva il cadavere del suo padrone, guaiva dolorosamente.
«Io mi affrettai dietro Gian-Luigi, e lo raggiunsi che camminava col medesimo passo lento, a capo chino.