«— Povero dottore! Io cominciai per dire a Gian-Luigi. Come presto egli ti fu tolto! Ti compiango, e sento il tuo danno e il tuo dolore, come se fossero miei.
«Egli non mi rispose tosto, ma continuò a camminare di quella guisa, quasi che non prestasse la menoma attenzione alla mia presenza nè alle mie parole.
«Dopo un poco mi disse:
«— Sì, povero dottore! Che vita fu la sua? Aveva studiato assai, sapeva molto e la sua esistenza rimase rinserrata in questa misera tomba di vivi che è il villaggio! A che cosa gli valse avere ingegno? Passò come un'ombra nel mondo, come passano tutti gli stupidi che riempiono di loro inutil persona quelle brutte casipole laggiù per soffrir di stenti, d'ogni privazione, procreare altri stupidi ed altri infelici al pari di loro e venire poi colla loro putredine ad ingrassare le alte erbe del cimitero che abbiamo or ora lasciato. Forse quell'uomo si meritava di meglio.
«Tacque un istante, e poi crollando le spalle con un certo suo atto pieno di orgoglio, soggiunse:
«— Oppur no; ebbe la sorte che seppe o che volle acquistarsi. D'altronde oramai la sua vita era conchiusa. Ne aveva egli tratto tutto quello che poteva o sapeva. Per lui tutto era finito. La decrepitezza è un prolungato tormento; è stato avventurato che la sorte volle risparmiarglielo.
«Le fredde parole di Gian-Luigi mi facevano pena, e non sapevo pure come ripigliarnelo, e non osavo, perchè allora ancor io sottostava a quell'ascendente che la ricca di lui natura esercita sopra chi lo accosti. Ma conoscevo allora per la prima volta con precisione quanto il mio amico mancasse di cuore, e sentivo il mio invaso come da un gelo, e ne provavo entro di me irritazione e dolore.
«Proseguimmo per alcuni passi, senza parlare e l'uno e l'altro.
«Nella campagna, silenziosa a quel momento, suonavano lamentosissimi gli ululati del povero cane che piangeva sulla fossa del suo padrone.
«Non potei trattenermi dal dire a Gian-Luigi con manifesta allusione alle sue parole ed alle sue condizioni: