«A me l'accesso non tornò più: ma che notte penosa e lunga fu quella che succedette! Non potei chiuder occhio. Nel vasto e lungo camerone radi lumicini, posti qua e là, spargevano una fioca e debole luce, per la quale ricrescevano cupamente le ombre gettate dai letti. Ai miei occhi, in causa della mia debolezza, quelle ombre arrampicantisi sulle pareti come mostruosi ragni, stendentisi sul pavimento come giganteschi animali sdraiati, pigliavano mille forme stranissime e paurose. Ora mi parevano atteggiarsi a faccie orribili che mi facessero smorfie minacciose, contorcersi in corpi convulsi o spasimanti per dolore o raccoglientisi per un feroce assalto; ora mi parevano braccia immense terminate da mani adunche di rapina che si tendessero verso me ad afferrarmi; e, come rifiato di questo mostro indefinibile, inconcepibile, le respirazioni affannose dei malati e il rantolo di questo, la tosse convulsa di quello, i gemiti di tanti. Tutte queste voci di dolore facevano un accordo penosissimo che mi turbava profondo nell'anima; alcune volte però, per caso, capitava che tutti questi lamenti, questi suoni tacessero un istante, ed allora si aveva un silenzio — un silenzio di tomba — un silenzio che era più tremendo ancora, nel suo breve passaggio, del rumorìo interrotto. Mi pareva che fosse sorvolato l'angiolo della morte e colla sua ala potente avesse percosso ad un tratto tutte quelle esistenze, mi pareva di essere io solo vivente in mezzo ad una schiera di morti.
«Il mio vicino di destra era tra quelli che avevano più frequente il lamento; si capiva che il male veniva rapidamente compiendo la sua opera di distruzione, ed io ricordava l'atto del medico che annunziava prossima la fine di quell'infelice e mi domandava se quelli non erano i rantoli dell'agonia, se quei gemiti penosissimi, ma sempre più deboli, non erano gli ultimi, se l'alba del mattino avrebbe ancora trovata accesa la fioca oscillante fiammella di quella vita.
«Io non aveva mai visto a morir nessuno. Menico e Giovanna li avevo trovati morti, ma non avevo assistito al tremendo momento della morte. L'idea di questo istante mi riempiva di terrore. Al pensare che un uomo lì presso stava per trar l'ultimo fiato, per diventare insensibile cadavere, io sentiva un alto spavento possedermi tutto. La idea del poi — di quel terribile ignoto che ci spalanca la tomba — il pensiero del nulla — i quesiti in cui s'era già cotanto affannata fin quasi dall'infanzia l'anima mia irrequieta, mi venivano ad assalire più vivaci e pressanti che mai, e in quel momento, per la debolezza del mio cervello, riuscivano ad una dolorosissima confusione, ad un più tormentoso ancora avvicendarsi di dubbi, ad uno sforzo impotente e penoso di padroneggiare e guidare i miei pensieri disordinati e strani.
«L'alba tanto desiderata e sì lenta ai miei voti, venne pur finalmente. Una maggior quietudine era in tutti i malati; avevano rimesso d'intensità i rantoli, i lamenti e le tossi; il mio vicino aveva meno ansimante il respiro. Ma che ora triste era quella pur tuttavia! I lumi accesi gettavano ancora debolmente intorno a loro un cerchio di raggi giallastri, oscillanti; i primi chiarori che penetravano per le alte finestre erano d'un grigio livido e mettevano sugli spigoli degli oggetti certi riflessi di tinte fredde, stonate affatto cogli ultimi sprazzi mandati dai lumi che venivan spegnendosi. Un'indicibile melanconia risultava da quell'aspetto di cose, dalla dubbiosità di quell'ora, che non era più notte e non era ancora giorno. Mi sentivo venire a folate alle nari più acre che mai il tanfo di tutte quelle esalazioni malsane, di tutti quei respiri viziati; parevami, in paragone, più tollerabile ancora l'atmosfera della carcere in cui avevo sofferto pur tanto. Pensavo con amaro repetio alle belle aurore della campagna, ove ero vissuto sino allora, a quelle pure brezze mattutine, a quel mio diletto gruppo d'ontani vicino al rigagnolo corrente. Quando avrei potuto far ritorno ad essi? E che cosa avrei dovuto andarci a far tuttavia, ora che Menico e Giovanna non eran più? Parevami che gli avvenimenti succeduti mi precludessero affatto la strada del ritorno a quel diletto paese, che la mano del destino, la quale me ne aveva violentemente tratto via ad un punto, fosse là tesa innanzi a me ad impedirmene il passo.
«Quei giorni che avevo vissuti non sarebbero tornati più mai; e quali altri avrei potuto e dovuto vivere io, povero trovatello, solo sulla terra? Me se m'avesse raggiunto la falce della morte, che male sarebb'egli stato? Per me, no certo nessuno; e per gli altri? Meno ancora, poichè la mia vita a persona al mondo non era utile, nè potevo pur dire diletta. E tuttavia un'intima ripugnanza si levava in me al pensier della morte, ed ogni fibra dell'esser mio anelava alla vita!
«Il mio vicino aveva cessato quasi del tutto il suo rammaricarsi. Credevo che dormisse, ma, essendomi rivolto verso di lui, lo vidi cogli occhi aperti, levati in su e pieni di lagrime. Sentii più viva la profonda compassione ch'egli m'ispirava, e parvemi che alcuna mia parola avrebbe fatto un po' di bene a quel misero. Il mio miglioramento era tale che m'era tornato in corpo un po' di voce da farmi sentire dal letto del vicino distante appena se di due passi.
«— La va meglio stamattina: gli dissi.
«Stette un istante senza rispondermi. Parve raccogliere tanto di fiato da poter parlare, e frattanto ringoiare quelle lagrime che gli velavan la vista; poi mi disse a sua volta con voce cavernosa e stentata:
«— Il meglio della morte..... Purchè potessi durar tanto che mia moglie e i miei figli venissero!... Oggi per fortuna è giorno di visita... Ma morire senza averli intorno... senza più vederli!... Oh esser povero! Oh morire all'ospedale!.....
«Fu interrotto di subito da un singulto, e come se troppo si fosso stancato nello sforzo di pronunziare tali parole, l'affanno lo riprese più forte di prima. Chiuse gli occhi, ned io osai più, nè ebbi voglia altrimenti di disturbarlo.