«Oh! pensavo, anche la morte è dunque più trista pel povero?...

«Ed allora un'immensa amarezza m'invase, uno scoraggiamento, quasi uno sgomento profondo dell'anima. Quel letto che al mio primo risensare mi era parso così agiato, ora mi tornava irto di spine, l'atmosfera satura di miasmi di quell'ospedale mi riusciva di botto gravissima a respirare, quasi intollerabile, quel cadavere innanzi agli occhi mi faceva paura.

«Fu sollecita, è vero, la monaca che lo aveva assistito nell'agonia, a tornare indietro, appena la donna fu uscita dal camerone, e tirò tutt'intorno le cortine del letto in guisa che la vista del morto venne tolta ad ogni sguardo; ma io sapeva che dietro quelle tende bianche e bleu c'era un cadavere, e coll'occhio della mente lo vedevo pur sempre, con quella sua bocca spalancata e storta, con quell'aspetto di mesta rassegnazione e di abbandonata quiete.

«Più tardi vennero due uomini con una barella, questa deposero ai pie' del letto, poscia entrarono sotto le tende e per parecchi minuti si agitarono uno da una parte dal letto e l'altro dall'altra, imprimendo alle cortine distese una nuova forma, nuovi sgonfi ad ogni loro mossa; quando ebbero finito, trassero ai lati le cortine e il cadavere apparve sul letto, tutto avvolto nel sudario; lo presero a braccia, lo recarono nella barella coperta, e via, lasciando il letto disordinato.

«— Ora lo portano al gabinetto anatomico e domani sarà tagliuzzato per lezione degli studenti: mi disse l'altro mio vicino di sinistra con una specie di sogghigno e con una voce stridula che mi fece ghiacciare il sangue e correre un fremito per tutti i nervi.

«Neanche dopo morto, il povero, crepato all'ospedale, non è tranquillo.

«Nella giornata furono portati via il materasso e il pagliericcio di quel letto, ma due giorni dopo tutto era rimesso a posto, e un altro infermo dolorava a quel medesimo luogo.

«Quando ebbi visto giungere, sostenuto a braccio da un infermiere, un altro povero diavolo coi segni della miseria ancor esso negli abiti e nelle sembianze e venir condotto a quel letto ed esser fatto in esso coricare, un nuovo assalto d'amarezza mi prese. Pensai con ispavento che in quel letto eziandio dove avevan posto me, poco tempo prima, il giorno innanzi fors'anco, poteva esser morto un altro infelice, ed io era venuto a prenderne il posto, come questo nuovo sopraggiunto si sdraiava lì dove era spirato il suo predecessore.

«Per allora questi pensieri non facevano capo a nulla di preciso, ma più tardi, quando anche più maturata la mia mente, tornandovi su ne' miei fantasticari, si conchiusero in alcune opinioni che forse sono paradossastiche, ma che a me pare contengano la verità — se non quella dell'oggi — quella che condurrà seco il progresso di domani.

«La carità sociale ha già fatto molto creando quegli ospizi in cui si raccolgono a curare gratuitamente i poveri caduti infermi; ha fatto moltissimo, se si paragona codesto a quel tempo di barbarie, in cui si lasciavano morire nei loro miserissimi tuguri senza od appena con qualche stentato e inefficace soccorso. Gli è certo sotto l'ispirazione d'un progresso che la società si disse: «quegl'infelici di proletari che mancano di tutto alle case loro, come vi potranno ricevere assistenza appena discreta nelle loro malattie? Raccogliamoli tutti insieme in luoghi appositi, dove con minori mezzi appunto, per la forza maravigliosa dell'associazione, potrà ciascuno dei ricoverati avere tutto o quasi tutto quello che loro può occorrere.»