«Ma non si era tenuto conto a tutta prima di questo fatto, che se la mancanza di mezzi materiali è cosa essenzialmente sventurata pur troppo nella cura dei malati, di uguale forse o di poco minore importanza è altresì il difetto dell'amorevolezza nell'assistenza, di quella soave temperie che crea intorno l'animo del sofferente il vedersi circondato da un vero interesse e da un caldo affetto. Ciò fu ben sentito più tardi da quell'anima celeste che fu S. Vincenzo di Paola, il quale istituì l'ammirabile ordine monastico delle Suore di Carità; ma per quanto queste sieno pietose e zelanti e superiori ad ogni elogio (come niuno può negare che sieno in generale), è tuttavia pur sempre ben diversa cosa l'interessamento d'una persona estranea, la quale ancora, se dall'abitudine acquista una certa pratica del servizio degl'infermi, ha insieme da quest'abitudine medesima, o smussata d'alquanto la sensibilità o quanto meno di certo non pari e non capace di rivaleggiare con quella dei congiunti dell'infermo — madre, moglie, figliuola, sorella.
«A codesto si ha da aggiungere tutto il resto di malessere e di inconvenienti che risultano dall'agglomerazione nello stesso luogo, nella stessa stanza di più malati, dei quali il soffrire dell'uno va ad aumentare e rincrudire il soffrire dell'altro, e il servizio di questo è un incomodo, un turbamento, un danno anche parecchie volte, alle condizioni di quello.
«I pregiudizi del popolo, anche i più falsi e perniciosi, hanno quasi sempre un fondamento in alcuna realtà che viene pur troppo esagerata: consulta tutta la povera gente in proposito, e fra quei miseri, che pure non hanno modo alcuno da questo in fuori di aver soccorso, troverai pochi, per non dire nessuno, che non senta una viva ripugnanza a farsi ricoverare negli ospedali. Senza ragionarvi sopra, senza avere fors'anche un'idea precisa della causa di questa ripugnanza, ciascuno di essi sente che molto lascia a desiderare in quel modo di soccorsi la carità pubblica; ed accrescendo colla mobile e impressionabile fantasia i mali di quel sistema, per lo più non si acconsente a recarsi allo spedale che quando la necessità lo comanda loro in guisa assoluta, e per molti già con soverchio ritardo pur troppo.
«Io credo che un nuovo progresso sarà quello in cui il malato non venga più tolto dalla sua famiglia, ma nel seno di questa al medesimo vengano apprestati tutti quei soccorsi e d'assistenza, per mezzo delle stesse Suore di Carità per esempio, e di medici e di farmaci, per goder dei quali ora lo si costringe a recarsi negli appositi ospizi, e che in questi non saranno ricoverati altri più che quelli i quali o non hanno famiglia di sorta, od anche avendola consentono volonterosi a staccarsene per riparare all'ospedale.
«Codesta quistione sta legata con quell'altra non irrilevante essa pure degli alloggi della povera gente; ma se io entrassi a parlare di ciò la tirerei troppo in lungo. Forse verrà tempo in cui avrò da parlartene di proposito.... Ora perdonami la digressione e ritorno al mio racconto.
«Ero pressochè guarito, quando fra le molte Don Venanzio venne a vedermi una volta. Mi disse che si preoccupava del mio avvenire, che era tempo oramai di pensarci e mi domandò se avessi qualche idea, qualche progetto in proposito. Gli confessai che non avevo su codesto nè anche un principio di decisione: che bene mi era balenato il pensiero e il desiderio di tornarmene alla dimora ed alla vita del villaggio, ma che non avevo tardato ad accorgermi ciò essere impossibile; che cosa sarei andato ancora a far colà peggio disprezzato di prima, e forse in sospetto ancora dei più? Alquanto mi allettava pure il soggiorno nella popolosa città, dove avrei trovato forse di meglio impiego alla mia attività. Se io fossi stato padrone del mio destino, forse non sarei venuto in questo viavai agitato e pericoloso, comecchè il segreto desiderio mi vi spingesse, ma poichè era il caso che mi ci aveva a forza trascinato, pensavo rimanerci. In che modo e con quali opere non sapevo ancora, ma speravo trovare occasione e compenso a lavorare, come ne avevo volontà.
«Don Venanzio, prima di rispondermi, stette un poco a pensarci su; poscia mi disse che non avevo affatto il torto, e che una parte di quelle cose che gli avevo espresse, aveva pensato ancor egli. Suo primo proposito, a mio riguardo, era stato quello, appena vistomi dotato d'una certa intelligenza, di allevarmi al sacerdozio; vestito della rispettata cotta pretesca, mi avrebb'egli ottenuto d'esser maestro al suo villaggio, diventato anche mio. La mia qualità di trovatello sarebbe così stata riscattata agli occhi dei contadini dalla dignità dell'abito sacerdotale, e i padri di famiglia non avrebbero avuto scrupolo nè ripugnanza più ad affidarmi i loro figliuoli da educare, cosa che forse e senza forse sarebbe accaduta conservando io le vesti da secolare. A vedermi insignito degli ordini sacri, aveva egli rinunciato già da un poco, e non senza pena, me lo confessava, quando ebbe visto in me cedere sventuratamente, coll'aumentar dell'istruzione, la fede. Ora nè a vestir io la cotta talare, nè a farmi maestro del villaggio, nè pel momento a tornar neppure in quest'ultimo non era da pensarsi più. Dopo quanto era intravvenuto, quella popolazione rurale mi avrebbe peggio riguardato di prima, e mettermi ad educare la prole di essa era impossibile impresa anzi tutto, e tale ancora di poi, cui egli nemmanco non avrebbe più voluto affidarmi, perocchè fosse sua ferma persuasione, il maestro dell'infanzia dovere agli allievi, coi primi rudimenti del sapere, istillare quella preziosa e doverosa cosa che io non aveva più, il tesoro delle credenze religiose ortodosse; creder egli quindi necessario cercassi qualche modo di ricavarmela a Torino stessa dove mi trovavo. Io abbisognava d'un impiego dove avessi potuto guadagnar subito, imperocchè non avessi modo alcuno di sparagni nè d'altro da sostentarmi, e la cosa era difficile assai a trovare, perchè, sapendo pur io molte cose in paragone del mio stato, in sostanza poi, che cosa per allora ero buono a fare? Ma egli aveva conoscenza con certe famiglie ricche e potenti, fra cui principale quella all'intromissione del cui capo io andava debitore della mia liberazione dal carcere; avrebbe parlato a questo ed a quest'altro ed avrebbe senza fallo trovato ad allogarmi o qua o colà per fare qualche servizio che mi potesse convenire e che mi guadagnasse onestamente il pane.
«Lo ringraziai con effusione, e ci lasciammo con questo fermato proposito. Si trattava insomma di entrare a far da servo in qualche famiglia signorile. La cosa a tutta prima mi tornò la meglio conveniente che mi si parasse dinanzi. Non ero io servitore poc'anzi di Menico e di Giovanna? Ma essi mi avevano preso fanciullo, mi avevano allevato, ero come cosa loro; entrare non conosciuto in una famiglia ignota per sottostare alle volontà di chi sa chi, più ci pensavo e vieppiù mi appariva di poi cosa diversa. Mi ricordai ad un tratto del bottone di livrea che tenevo sempre meco del pari che il rosario, come cosa preziosissima. Questi oggetti mi erano stati tolti all'entrare nel carcere, ma me n'era stata fatta la restituzione all'uscire di colà, ed ora all'ospedale, appena tornato in me, li avevo ridomandati e li tenevo sotto il guanciale ove posavo la testa. Trassi fuori quel bottone e lo stetti contemplando per un poco. Era forse un indizio della condizione a cui apparteneva mio padre. Ancor egli probabilmente aveva servito; nulla era più naturale che il figliuolo altresì mangiasse di quel pane. Eppure, a seconda che mi ingolfavo in questi pensieri, mi nasceva in cuore e si faceva sempre più viva una ripugnanza contro siffatta condizione, la quale mi pareva un umiliarsi, cui finivo per apprezzare come una vergogna alla mia personalità. Guardando quel bottone vedevo il soprabito a cui doveva essere attaccato, e vedevo me vestito del medesimo ai cenni d'un padrone capriccioso. A codesto doveva far capo quella intelligenza che sentivo in me? Nient'altro di meglio dovevano conseguire il tumulto de' miei pensieri, le mie audaci aspirazioni, quello che avevo imparato e la capacità, onde avevo coscienza, di imparare assai più?
«Ad un tratto una subita idea mi assalse. Qui a Torino era Gian-Luigi; perchè non sarei ricorso a lui? La memoria dell'infanzia passata insieme, la promessa ch'egli stesso mi aveva fatta di ciò, lo avrebbero sicuro spinto a darsi alcuna briga per me. Non avevo bisogno di cercar molto affine di rintracciarlo, perchè in quell'ospedale ov'egli veniva — quantunque frequenti fossero le mancanze — avrebbero saputo dirmi di certo dove lo avrei potuto rinvenire. Mi parve quella la più felice ispirazione che fosse, e me ne sentii tutto lieto e quasi sollevato dell'animo.
«Ed ecco, quasi che la fortuna mi volesse in codesto assecondar proprio del tutto, ecco che io non aveva nemmanco finito di pensare ciò, quando vidi spuntare nel camerone la brigata degli studenti di medicina per la solita visita, col professore in capo, e nella schiera, aitante e sempre più per distinzione sopra ogni altro notevole, Gian-Luigi medesimo.