«Se ne mostrò molto contrariato, mi rampognò amorosamente perchè, avendo egli promesso torsi briga de' fatti miei ed essendomi io affidato in lui, avessi poi, senz'aspettare una sua risposta, disposto delle cose mie; era quasi un mancar di parola verso di esso, era un mancar di fiducia in lui, cose che in me lo affliggevano e l'una e l'altra.

«Proposi vivamente di non tener conto nessuno della promessa data a Gian-Luigi; ed egli me ne ripigliò con severe parole. Avrei fatto maggiore ancora il mio fallo; creder egli di certo che la condizione da lui procacciatami sarebbe stata migliore sotto ogni riguardo, ma ora mio obbligo esser quello di mantenere la data parola; imparassi da ciò ad andar cauto a prendere impegni, ma allorquando ne avessi assunti, mi facessi una legge ad adempirli.

«Mi lasciò con queste parole non offeso, chè troppo buono è il suo cuore per offendersi mai, ma disgustato; ed io da mia parte, nell'animo sentii una malavoglia, una scontentezza che era come il presentimento delle poco liete cose che mi aspettavano.

«Ciò però non tolse che una settimana dopo, guarito, ma debolissimo ancora, io non fossi insediato nel mio ufficio in casa di messer Nariccia.

«Messer Nariccia aveva allora intorno a cinquant'anni. Un ometto piccolo e grassotto a collo torto, a mani rozze e grossolane, a piedi enormi, con ventre proeminente e voce fessa che mi ricordava quella del ladro Graffigna. La faccia piena, la carnagione di color terreo, un'aria sommessa e da buonuomo, un sorriso improntato sulle labbra, troppo costante per essere sincero; i capelli grigi gli venivano giù bassi sulla fronte piccola; gli occhi piccini e birci guizzavano via, per dir così, innanzi allo sguardo degli altri, come timidi vergognosi. Portava un po' di barba d'un biondiccio slavato alle gote, la quale sembrava ancora lanugine; la cravatta bianca, pantaloni, panciotto e soprabito scuri di panno sempre logoro; orologio d'argento con grossa catena d'acciaio, scarponi da montagna, cappello a larga tesa da quacchero, e, suo fido compagno, un grosso bastone.

«Mi accolse con quel suo sorriso che mi parve ghiacciato; mi fece un discorso impacciato in cui le parole si affoltavano senza troppo senso e senza nessun ordine, mentre uno dei suoi occhi guardava la punta delle sue scarpe e l'altro il luciore degli stivalini di vernicato di Gian-Luigi. Trovò la maniera di ficcare in tutti i periodi la Madonna, i Santi, le piaghe di Gesù, il timor di Dio e il gesuita padre Bonaventura del Carmine, suo confessore.

— Buono! Interruppe Giovanni Selva. Gli è anche il confessore di mia madre; e conosco che pollo è.

«— Mi disse in sostanza, continuò Maurilio, che, giovane com'ero, col lavoro e coll'ingegno, avrei potuto arrivare ai favori della fortuna se avessi saputo guadagnarmi colla religione gli aiuti del Cielo. Prendessi ad esempio lui; venticinque anni prima egli era venuto a Torino dalle sue montagne di V... più povero e più solo di quello che fossi in allora, sapendo appena appena leggere e scrivere e già presso ai 25 anni. Ma egli aveva coraggio, buona voglia di lavorare e il santo timor di Dio. Egli entrò come servitore — vero servitore, a spazzar camere e lavar anche i piatti di cucina, e non se ne vergognava, perchè Iddio gli aveva fatta la grazia di non lasciargli perdere mai la umiltà, — entrò dunque come servitore nel collegio-convitto tenuto dai PP. Gesuiti al Carmine, dove tutte le principali famiglie torinesi della nobiltà e della borghesia facevano educare i loro figliuoli. Era appunto allora il 1815, quando colla ristaurazione in Piemonte dell'antico Principato Sabaudo, tornavano a regnare, secondo ch'egli diceva, i buoni principii e la vera religione; ed egli diede prove serie, costanti e solenni ai suoi superiori di essere il meglio pensante e il più zeloso e fedel servo della buona causa, onde si cominciò a distinguerlo e ben volergli, e poichè la Madonna dei sette dolori e quella della Consolata e S. Luigi Gonzaga di cui era specialmente devoto, lo aiutavano per loro bontà celeste, più che non fossero i poveri meriti suoi, ebbe campo di avere al suo zelo sì buona riuscita che quei santi uomini dei PP. Gesuiti lo elevarono a poco a poco di grado e di uffici, e giunse ad essere il dispensiere del collegio.

«Sempre aiutandolo Iddio, secondo la sua espressione, e la più severa economia, era già riuscito a mettersi in disparte un piccolo nucleo di capitale cui si guardava bene dal lasciare inoperoso, ma faceva senza riposo lavorare come lavorava instancabilmente egli stesso. I superiori del collegio, incantati delle sue virtù e della sua abilità, ne parlavano tanto bene che il marchese di Baldissero, avendo avuto bisogno d'un intendente, non volle saperne d'altri che di lui, e benchè assai gli rincrescesse abbandonare i buoni Padri del Carmine, tuttavia dietro le istanti sollecitazioni del marchese, animato a cedere anche dai Reverendi i quali contavano fra i primi loro protettori e amici il marchese medesimo, egli finì per acconsentire.

«Questo marchese di Baldissero non era mica l'attuale padre del marchesino, ma quello che Nariccia chiamava il vecchio marchese, padre al capo presente della famiglia ed avolo di quel tracotante insultatore di Benda. Ah quello era un uomo! esclamava pieno di compunzione e di ammirazione il sig. Nariccia. Il marchese attuale, soggiungeva egli, è certo un degno signore pieno di mille meriti; oh non era egli che ne volesse dire il menomo male; era ben pensante ancor egli, certo, ma il padre suo!... Che fermezza! che rigore! che testa e che mano d'acciaio contro i liberali! Che zelo per la buona causa, la religione, la monarchia legittima, i privilegi della nobiltà! Era un piacerone, per uomini della stampa di cui Nariccia si vantava di essere, lo aver da fare con lui.