«Egli era entrato al servizio del marchese nel 1821, quando, dopo il ridicolo tentativo dei Costituzionali, diceva il buon messer Nariccia, quel capo duro di Carlo Felice era venuto a metterli alla ragione. Il figliuolo — l'attuale marchese — aveva in quell'occasione dato qualche dispiacere al vecchio gentiluomo. Trentenne allora, il padre del marchesino erasi intromesso in quella schiera che si radunava intorno al principe di Carignano, nobili con velleità liberali, e benchè non fosse stato veramente compromesso nella rivoluzione, il partito dei puri lo guardava con occhio sospettoso. Il padre lo aveva fatto partire per un viaggio, e quindi lo aveva fatto nominare addetto all'ambasciata in Ispagna, così che durante quasi tutto il tempo in cui Nariccia fu al servizio della famiglia, egli era stato assente dal paese.
«Quando poi il vecchio marchese, nel 1825, morì e fu capo della famiglia l'attuale, Nariccia già da un anno era uscito di quella casa. Iddio aveva continuato, diceva egli, a favorirlo, e con quel poco di ben di Dio che aveva potuto raggranellare coi suoi risparmi, s'era posto più definitivamente in certi traffichi che già aveva intrapresi, e colla benedizione del Cielo, colla protezione della Beata Vergine e dei Santi a cui lo legava una particolare divozione, i suoi affari avevano prosperato. Dunque accogliessi buona speranza anche pel mio avvenire, se avevo la ferma intenzione di seguitare il suo esempio e di adottare le sue umili virtù da buon cristiano. Egli, da canto suo, avrebbe fatto di tutto per tenermi nella buona via del Signore e rendermi degno dei favori del Cielo.
«— Amen! Disse a questo punto Gian-Luigi, il quale aveva già sbadigliato più volte durante quel lungo ed indigesto e scomposto discorso.
«Io mi sentiva invadere l'anima da un freddo morale, che era uguale e fors'anche conseguenza a quello fisico onde avevo tutte oramai ingranchite le membra, per lo star fermo in piedi in quel freddo salotto dove il sig. Nariccia ne aveva accolti. La casa in cui egli abitava ed abita tuttavia, di sua proprietà, è posta in via **, una delle più anguste di Torino. Tutto era grigio colà dentro; il color delle pareti, la vernice delle intelaiature delle porte, il pavimento, il soffitto, il colore del legno e della stoffa dei mobili, le cortine delle finestre sopraccariche di polvere, la poca luce che si stacciava traverso ai vetri sporchi in quella nuvolosa giornata d'inverno. Non c'era pure una favilla di fuoco, e il camino ornato d'un marmo grigio, con un po' di cenere rammucchiata nel focolare pareva, invece di calore, com'è suo ufficio, mandare anzi nella camera un freddo maggiore. Con quella freddolosità che ci entrava nel corpo per tutti i pori veniva compagna una mestizia, quasi un abbattimento che ti ammortava ogni vigore dell'anima. Ascoltai tutta la lunga diceria del mio nuovo padrone a capo basso; e sentivo una stanchezza, una malavoglia, quasi un'antipatia per quest'uomo, una impressione sgradevole insomma, che era forse accresciuta in me dalla debolezza in cui mi trovavo ancora per la recente malattia.
«Gian-Luigi, che era impaziente di finirla, fece osservare a Nariccia che io aveva bisogno di due cose: di riposarmi, perchè ero ancora in convalescenza, di venir vestito un po' convenientemente, perchè portavo tuttavia gli abiti rozzi e laceri che avevo nel villaggio.
«Nariccia mi guardò alla sfuggita con un occhio, mentre coll'altro pareva sbirciare Gian-Luigi, e poi mi disse:
«— Vi condurrò nella vostra camera. Vi permetto anche di andare a letto, se ne avete bisogno... D'ordinario io mi alzo alla mattina alle cinque — anche d'inverno — e occorrerà che siate in piedi a quell'ora anche voi, ma pei primi giorni potrete stare in letto a crogiolarvi anche sino alle sei... Quanto agli abiti, cercherò fra i miei vecchi panni se qualche cosa potrà adattarvisi, e ve lo manderò dalla Dorotea. Venite.
«Gian-Luigi si partì, ed io seguii messer Nariccia nella camera che mi aveva assegnata.
«Era un camerino stretto ed alto, posto verso il cortile, non illuminato che da un finestruolo così elevato da non poterci arrivare senza una scala, più nudo, più grigio, più uggioso del salotto che avevamo lasciato. In un angolo stavano per terra due grandi casse di quelle che si usano pel trasporto delle mercatanzie e sopravi gettato un pagliericcio che mi aveva da servire per letto; al disopra di esso tendeva le braccia, appesa al muro, una gran croce di legno nero; li presso, da una parte, un vecchio baule di cui la pelle, liberatasi dalle bullette, si rivolgeva contorta allo insù con volute che avresti detto rabbiose, dall'altra parte un tavolino che aveva perduto la vernice ed aveva acquistato una ricca crosta di polvere accumulata, zoppo e reggentesi a stento contro la parete; compieva il novero di quelle masserizie una seggiola che perdeva l'impagliatura del suo piano ed aveva perduto affatto la traversa della sua spalliera.
«Non era a me, avvezzo al fenile di Menico ed uscito allor allora di prigione e dell'ospedale, che la povertà di quella stanza e di quelle robe potesse parer soverchia o produrre soltanto alcun effetto; ma pure, entrando colà dentro, io sentii rinnovarsi e più forte quella specie di freddo onde avevo provato l'impressione sensibilissima al primo porre il piede in quella casa. Parvemi che una voce interna mi dicesse che la vita che avrei dovuto passare colà dentro sarebbe stata la più ingrata del mondo; feci girare intorno l'occhio quasi atterrito, come per cercare un mezzo di fuggire, e poichè l'uscio spesso e grossolano di abete si serrò con fracasso dietro di noi, e il mio sguardo non corse più che sulle pareti nude e scuramente grigiastre, mi sembrò d'essere entrato in una nuova carcere.