«Il bisogno divenuto incomportabile era lì lì per farmi superare la mia timidità e spingermi ad un tentativo di chiamar per aiuto, quando udii nello andito che conduceva al mio stambugio lo strascico delle pianelle di Dorotea, e tosto dopo vidi l'uscio aprirsi e quella vecchia con faccia da megera comparirmi dinanzi più burbera e stizzosa che mai, tenendo sopra un braccio una coperta e in una mano una scodella fumante.

«Non disse una parola ned io parlai. Io guardava quella benedetta scodella coll'occhio intentamente desioso d'un affamato. Dorotea s'avanzò, pose la scodella sul tavolino, e poi di mala grazia mi gettò addosso la coperta, cui non si diede punto cura di aggiustarmi intorno, ma lasciò spiegazzata come volle stare; poi ripigliata in mano la scodella me la pose innanzi a farmi venire alle nari l'odore riconfortante di un sugoso brodo di carne.

«Presi avidamente la ciotola con ambe le mani che mi tremavano.

«— Grazie! Mormorai osando levare lo sguardo su quella terribile faccia di donna.

«Ella nè rispose, nè parve tocca in alcun modo dal sentimento di riconoscenza che pur c'era nell'accento della mia voce. Mi volse le spalle ed uscì col suo passo lento e pesante, trascinando quelle sue ciabatte come aveva fatto venendo.

«Quella scodella di buon brodo mi riconfortò tutto; mi ravviluppai poscia per bene colla coperta stata aggiunta alle mie coltri e tornando nelle mie membra per ciò un benefico calore, io sentii un certo benessere invadermi il quale mi condusse senza ritardo un tranquillissimo sonno.

«E in quello stato incerto di dormiveglia che precede l'addormentarsi mi apparve annebbiato, ma non più spaventoso il sembiante di Dorotea che ora mi pareva confondersi con quello della Giovanna, ed ora mi pareva pigliare una tinta di benignità, facendomi oscillare fra la prima, istintiva ripugnanza che quella donna mi aveva ispirata, e quel certo sentimento di gratitudine che quel suo ultimo tratto mi aveva lasciato nell'animo.

«Il domattina dormivo ancora della grossa, quando una mano venne a scuotermi per una spalla ed una voce sottile e strillante mi gridò:

«— Ehi là giovinetto! Svegliatevi su! Altro che le sei, sono le sette.

«Mi destai in sussulto. A tutta prima non ebbi coscienza di dove mi trovassi. La mia stanza era tuttavia oscura ed appena se dall'alto finestrino discendeva un incerto albore in essa. Mi fregai gli occhi, guardai intorno, pensai in un attimo al fenile di Menico, alla prigione, all'ospedale, vidi che non ero in nessuno di questi luoghi, mi ricordai ad un tratto di ciò che era avvenuto il giorno prima, sorsi a sedere sul letto e riconobbi nell'uomo che mi aveva svegliato il signor Nariccia.