— Dall'alba al tramonto, sempre la lima o il martello in mano, e giù allegramente.

Scosse la testa, in guisa di rimpianto doloroso.

— Ah! bei tempi erano quelli! Il corpo stanco, l'anima tranquilla e il borsellino guarnito..... Come si dormiva! E con che gusto si mangiava quel boccone di pane! I bambini non piangevano; la moglie non tossiva E poi?... E poi il demonio mi ha gettato te fra le gambe.... Tu, Marcaccio, mi hai insegnato il cammino dell'osteria e disappreso quello del lavoro... Mi ci sono divezzato... Il principale presso cui lavoravo, mi ha mandato via come un ubbriacone... Poi un altro idemme... Non ne ho più trovato di lavoro, non ne trovo più, e sono alla miseria!

Si dirizzò un momento del corpo sulle anche, e un raggio d'intelligenza balenò fugacemente nel suo sguardo avvinazzato.

— To', la cagione d'ogni mio malanno sei tu.

— Eh via! rispose Marcaccio con accento tra beffardo e minaccioso. Queste le sono sciocchezze... Bevi!

E gli mescette nel bicchiere.

Quel lampo d'intelligenza ratto svanì in Andrea; il suo corpo s'accasciò di nuovo contro la parete, e con atto automatico la sua mano gli recò alle labbra il bicchiere riempitogli da Marcaccio.

— Che? Ripigliava quest'ultimo: tu rimpiangeresti quel tempo in cui ti frustavi la vita senza riposo, senza mai un momento di piacere? Oh che siamo animali da tirar la carretta come i muli, sotto la sferza del bisogno? Io non domando solamente che mi si dia il pane da non crepare, domando un po' di quei tanti beni che godono i ricchi..... Lavoro! Lavoro! È l'antifona che ci cantano sempre. Ed essi lavorano forse, i ricchi? Siamo tutti uomini uguali, lo dice anche il Catechismo, ed a pugni anzi noi la facciam bere agli altri.... Dunque perchè a loro tutto, ed a noi niente?.... È tempo che ciò finisca.

— Sì, è tempo che finisca: ripeteva ancora Andrea.