— Quando veniva costui, così riprese la sua narrazione Maurilio, io era inevitabilmente mandato fuor della camera, e lunghe lunghe ore passavano prima che il gesuita partisse, ed io fossi richiamato al mio tavolino. Approfittavo di questo tempo, che avrei voluto si rinnovasse anche più spesso, per correre ai miei libri nella mia stanza.

— Ma come mai messer Nariccia, il quale non mi pare molto amante di libri e d'istruzione, aveva egli in suo potere quelle tali casse?

Così domandò Selva; e Maurilio rispose:

— Avevo pensato ancor io a codesto e mi ero immaginato che ciò fosse in dipendenza di qualcheduno di quei suoi prestiti da usuraio cui lo vedevo fare tutti i giorni agli infelici che gliene capitavano tra mano. E mi ero diffatti bene apposto come un giorno mi venne chiarito.

«Vidi entrare un uomo di età matura, vestito di poveri panni, ma pulitissimo, con aspetto di onestà e di dignità modesta insieme, che lo rendeva affatto rispettabile.

«Dal colloquio che ebbe con Nariccia appresi chi fosse e quali rapporti avesse con codestui.

«Egli era un libraio, il quale, volgendo a male i suoi affari, era stato costretto a ricorrere a quell'arpia affino di averne danari in imprestito. A poco per volta il debito del povero libraio si era cresciuto talmente, che non potendo bastar più a pagare nonchè il capitale, ma gli interessi enormi che erano pattuiti per Nariccia, questi avealo minacciato di fargli vendere ogni cosa sua per giustizia e il povero libraio pregando e strapregando aveva ottenuto un po' di respiro col patto di dare in pegno al creditore tutto quel meglio che aveva della mercanzia del suo fondaco. Si era egli obbligato a pagare in certe rate a dati tempi il suo debito a Nariccia, il quale credendosi che mai più il debitore sarebbe a ciò riuscito aveva già intanto in sua mano il più prezioso di quanto avesse mai potuto prendere al suo debitore, e ne sarebbe stato padrone senza intromissione di tribunali o d'altro e senza ulteriori spese di sorta.

«Il buon libraio aveva ristretto il suo negozio ad un modesto baraccone sotto i portici, e vivendo con ogni fatta di privazioni egli e la sua famiglia, coll'aiuto, com'egli diceva, di qualche caritatevole persona, era giunto a tale da poter mettere insieme i denari occorrenti per la prima rata, e si era affrettato a venirli portare. Pregava intanto Nariccia a volergli restituire se non tutti quei libri che avevagli dato in pegno, almanco una parte; ciò, soggiungeva, sarebbegli stato di gran vantaggio, perchè avrebbe potuto così dare nuovamente maggiore sviluppo al suo commercio che ora pareva volersi ravviare, e così porsi in grado eziandio di più sicuramente adempire a tempo agli obblighi assunti verso il creditore.

«Ma per quanto egli dicesse e pregasse e scongiurasse, Nariccia fu incrollabile. Il pegno doveva stare presso di lui fino a totale estinzione del debito; egli non voleva privarsi dell'unica guarentigia che avesse, e quindi non avrebbe consentito a nulla di codesto, finchè non avesse ricevuto sino all'ultimo centesimo il pagamento dell'aver suo.

«Durante questa discussione il mio animo era combattuto da diversi sentimenti. La pietà mi faceva desiderare che Nariccia cedesse alle domande del libraio; ma l'idea che sarei privato dei miei libri diletti mi era pur dolorosissima. Senza quell'unico conforto qual vita sarebbe stata la mia in quella casa? Mi dicevo fra me che certo, ove ciò avvenisse, non avrei resistito più e sarei partitomi di là. Ma per andar dove? Per far che?