«Frattanto l'idea che il libraio avrebbe potuto pagar quanto prima tutto il suo debito e riavere i suoi libri, mi pungeva continuamente e mi dava nuovo ardore a studiare. Non dormivo più che un'ora appena per notte, la mia salute se ne stremava sempre più, e le candele consumavano in fretta, così che la sottrazione ch'io ne faceva doveva pur finalmente apparire alla Dorotea. Ben lo pensavo alcuna volta, e un gran spavento mi occupava, ma come fare altrimenti?
«In questo frattempo ecco un giorno avvenire tal cosa che tutto mi conturbò più che non ti possa dire.
«Ero, secondo il solito, nello studiolo con Nariccia. Entra un uomo piccolo, mal in arnese, sottile, con faccia di faina, il quale interpella con una strana domestichezza il mio padrone:
«— Eh buon giorno, messer Nariccia. Come va? Mi riconoscete ancora? Gli amici non si debbono dimenticar mai.
«Quella voce non mi era ignota. Alzo gli occhi e figurati come io mi rimanessi nel vedermi innanzi il naso affilato di Graffigna, il mio compagno di carcere!
«La presenza di codestui non parve andar molto a sangue neppure a messer Nariccia. La bassa di lui fronte s'intorbidò, gli occhi rotarono inquieti intorno, come a cercar uno scampo.
«— Chi siete voi? Che volete? Diss'egli, volendo assumere un aspetto imponente ed altezzoso.
«Graffigna s'inchinava umilmente, ma ad un tratto drizzando la persona, mettendo il suo muso volpino sotto il naso di Nariccia e piantandogli in faccia gli occhi, rispose con una certa sicurezza che toccava l'impertinenza:
«— Chi sono? Possibile che abbiate perduto siffattamente la memoria, messer Antonio, o che io mi sia tanto cambiato da non riconoscere più in me un antico amico?
«A questa parola Nariccia diede in un soprassalto, e uno de' suoi occhi fece scivolare uno sguardo verso di me, che tutto stupito di codesto stavo a guardare a bocca larga colla penna in mano.