«— Come volete: diss'egli: eccelso stupido che siete, caro figliuolo che la peste vi affoghi! Il colpo si farà lo stesso e voi avrete il gran merito di non avere neppure un da due denari. Così la vostra eroica virtù sarà contenta... Ma andate pur là che un giorno o l'altro la fame e il bisogno di ogni cosa vi faranno cascare, e invece di aver per primo un bel colpo, come quello che vi propongo io, mercè cui sareste colla pignatta provveduta per tanto tempo, sarete costretto a qualche miserabile ladroncelleria che vi manderà a marcire in prigione in causa di un tozzo di pane. Fate a vostro modo: vi lascio e non vi dico più nulla: ma vi pentirete, ne sono certo, e vi rincrescerà all'anima di avermi oggi risposto a questo modo.
«Dopo tali parole si allontanò a passo lento, e fermandosi tratto tratto, quasi nell'attesa ch'io lo richiamassi.
«Io guardava dietro lui con animo turbatissimo, le sue parole mi avevano richiamato alla mente che già pur troppo ero cascato là dov'egli diceva, e quello delle candele era un vero furto da me commesso.
«Tornando a casa ero agitato e perplesso. Graffigna mi aveva detto che, non ostante il mio rifiuto d'entrar complice, quel delitto si sarebbe compito la stessa cosa. Era certo il mio dovere farne avvisato il mio padrone. Parevami che se il fatto avvenisse e ch'io non avessi posto in sulle guardie Nariccia, anche su me avesse da ricadere parte della colpa. Ma come governarmi affine di renderne avvertito il padrone? Dirglielo io stesso non avrei osato mai; e come spiegargli il modo onde ero venuto in cognizione di codesto? Ad un tratto mi ricordai la minaccia di Graffigna, di svelare il mio passato a Nariccia per mezzo d'una lettera anonima.
«— Ecco il mezzo! Esclamai tra me stesso, e camminai di buon passo verso casa per mettere in esecuzione quel disegno, ed affrettandomi a scrivere la lettera falsando più che mi fosse possibile la mia scrittura, non fui tranquillo finchè ebbi visto ingoiata quella carta dalla buca della posta.
«Quella stessa sera Dorotea mi apparve assai sopra pensiero. Si sarebbe detto che alcuna cosa stava sulle sue labbra per venir fuori, e ch'ella tuttavia si studiava di trattenere. Due o tre volte colsi il suo sguardo fisso su di me con una certa acutezza osservativa che mi faceva intimamente tremare. Sentivo come una incognita minaccia incombermi sopra. Ero inquieto di tutto e ad ogni momento il cuore mi balzava con palpito quasi doloroso.
«La sera non potei addormentarmi che a stento; mi svegliai all'ora solita della notte, ed acceso il lume, secondo l'usato, mi posi allo studio. Non era gran tempo che io mi trovava tutto assorto in esso, quando mi sembrò udire uno strascico di pianelle nel corridoio. Sorsi di scatto, coll'idea di spegnere il lume, nascondere il libro e gettarmi sul pagliericcio: non era più tempo, l'uscio s'aprì e comparve la grossa faccia di Dorotea più burbera e più brutta del solito.
«A quella vista io stetti come annientato. La donna guardò me, guardò il lume acceso, e i suoi occhi mandarono lampi e faville; poi con uno scoppio di quella sua terribil voce da omaccione:
«— Ah! Sei dunque tu, gridò, lo scellerato di ladro che mi ruba le candele! Da un po' di tempo mi pareva e non mi pareva che le consumassero troppo più che non per l'addietro; ma stamattina poi mi sono convinta che le mi sfumavano proprio dalla cassetta, e quantunque non ci sia altri che te in questa casa, tristanzuolo, non volevo credere che tu fossi capace di tal birbonata. Non ho voluto dir nulla ancora al padrone...
«Io la interruppi pregandola, scongiurandola a tacere la cosa. La paura mi aveva ridonata un po' di energia, cui dapprima tutta mi aveva tolta la vergogna. Le dissi il perchè di quel mio fallo, le affermai essere mio intendimento pagare tutte le prese candele, coi primi denari che avrei esatti dal padrone pel dovutomi stipendio; non volesse perdermi, non volesse precipitarmi per l'affatto, svelando la cosa a Nariccia che io prevedeva, che sapeva inesorabile.