«Non so se Dorotea si sarebbe acconciata ad accondiscendere alle mie preghiere; ma la cosa fu ridotta ad ogni modo impossibile, perchè Nariccia medesimo, il quale non dormiva che il sonno leggiero degli avari, sveglio dagli scoppi di voce della donna, accorreva sollecito a vedere che cosa fosse.
«Ti lascio immaginare il suo furore nell'apprendere la verità. Mi investì colle più atroci ingiurie. Le galere, che? il capestro erano poca pena al mio delitto. Egli non voleva tenere neppure un'ora, nemmeno un momento di più sotto il suo tetto un simil birbante: partissi in sull'atto e senz'altro; ma poi tosto si ravvisava e decideva serbarmi a peggior sorte. Gli era ai R. carabinieri che mi si doveva consegnare, affinchè pagassi del mio delitto il meritato fio.
«Se colla Dorotea avevo pregato, innanzi alla collera di Nariccia ero stato fermo, immobile e silenzioso; e quella mia calma pareva aizzarlo ancora di vantaggio. Ma quando udii minacciatami di nuovo la carcere, innanzi allo spavento di ritornare in quella bolgia infernale, la mia fierezza cedette.
«— Oh no, per carità! Esclamai, congiungendo le mani con ineffabile supplicazione.
«Ma Nariccia non era uomo a intenerirsi così per poco; ond'egli riprese le sue minaccie ed i suoi oltraggi, finchè Dorotea, quasi impazientita, lo interruppe col suo brusco parlare:
«— Per ora lasciamola un po' lì, e torniamo a dormire. Domani mattina discorreremo.
«Nariccia seguì la serva borbottando, ma non prima che avesse frugato in ogni dove nella mia stanzuccia per vedere se qualche cosa avessi di nascosto, e non senza portarmi via quella malaugurata candela. Uscendo chiuse a doppia mandata colla chiave la serratura dell'uscio, affinchè non me ne potessi fuggire.
«Il domani le determinazioni di messer Nariccia erano ancora più severe a mio riguardo. Egli aveva ricevute due lettere anonime; quella con cui Graffigna manteneva la sua parola e gli svelava l'esser mio; e quella che io gli aveva scritta per farlo avvisato del pericolo di latrocinio tramato a suo danno. L'usuraio si persuase tostamente che colui del quale gli si denunziavano le cattive intenzioni verso di lui, senza scriverne il nome, non poteva esser altri che io stesso già uscito di prigione, già côlto in flagrante di una ruberia. Gettò, come si suol dire, fuoco e fiamme; e la sua volontà di pormi in mano alla giustizia parve più irrevocabile che mai.
«Fui allora ad un pelo d'essere perduto. Alla vecchia Dorotea dovetti la mia salvezza, e glie ne consacrai perciò una riconoscenza eterna. Ella in quel frangente tolse dall'abisso in cui tutto congiurava precipitarla, un'anima umana, e per quanto quella donna sia stata cattiva, di quella buona opera, spero che glie ne sarà tenuto conto. Come conviene andare a rilento nel condannare i colpevoli! Soltanto chi non è stato nelle occasioni della tentazione, chi non ebbe nemica alla sua onestà la fortuna, colui soltanto può avere un disdegnoso disprezzo per l'infelice che soccombette. Quei che conosce la vita, quegli che ebbe da lottare colle difficoltà del destino, se impara a stimar tanto più l'uomo che si è serbato incolume, impara eziandio a sentir meno orrore e più compassione per chi ha fallito. Dove io fossi stato allora incarcerato per la seconda volta con un vero reato, come i giudici non avrebbero mancato di sentenziare che era il mio; quando parecchi mesi ancora avessi dovuto passare in quella orrida e scellerata compagnia che si trova in prigione, quale ne sarei venuto fuori?
«Dorotea ebbe pietà di me. Per sua intercessione Nariccia si contentò di mettermi alla porta riprendendomi financo i suoi logori panni e tornando a farmi vestire quei villerecci che pareva aver conservato in previsione d'una simile circostanza; ed io mi trovai sul lastrico della strada, senza un soldo, senza un tozzo di pane, senza sapere che far di me, nè dove rivolgere i passi.