CAPITOLO XXI.
«Ero in una confusione ed in una perplessità da non dirsi. Mi domandavo come avrei potuto guadagnarmi la vita, e non trovavo risposta. Una gran vergogna de' fatti miei mi possedeva tutto. Guardavo con occhio smarrito i brutti cenci che mi servivano da vesti, e mi dicevo che erano quelli dei più vili pezzenti. Tale doveva essere adunque la mia sorte? Sentivo tante cose nel mio cervello, mi pareva avere entro il capo una tanta ricchezza d'idee, e non mi avevano da servire a nulla, e non avrei saputo spremerne nemmanco il mezzo onde guadagnarmi per un giorno l'esistenza?
«Camminai dritto innanzi a me colla testa confusa, sbalordita, senza direzione, ma con una smania ardentissima di allontanarmi, di fuggire da tutto e da tutti. Quasi un anno ti ho detto aver passato in casa di Nariccia: si era quindi nuovamente nella brutta stagione, e il freddo vento mi flagellava le guancie, m'intirizziva le membra da que' cenci mal coperte. Io correva e per iscaldarmi e per togliermi il più presto possibile a quei luoghi. Ero debole ed ero digiuno, ma la disperazione mi dava forza, e la passione dell'animo non mi lasciava sentire il bisogno. Che strada io abbia allora tenuta, non seppi mai; ma cadevano gli ultimi raggi del giorno ed io mi trovava presso alle prime case del villaggio dove ero stato allevato.
«A quella vista mi riscossi come destandomi improvviso da un sogno. Mi passai la mano sulla fronte, e mi parve esser rinato al tempo della mia infanzia dolorosa sì, ma cui pur tuttavia invidiava il mio presente; quando la carcere, l'ospedale, l'antro d'un usuraio non mi avevano ancora rivelate tante brutte e incancrenite piaghe del corpo sociale. L'animo mio fu sollevato e con più sciolto passo m'avviai per penetrar nel paese. Ma di colpo mi arrestai, come se una mano di ghiaccio mi si fosse posata sul cuore a trattenermi. Dove avrei rivolto i miei passi? Il povero tugurio di Menico non era più mia casa. Neppure l'ospitalità del fenile non mi vi sarebbe stata concessa più. E Don Venanzio? Egli sì che mi avrebbe accolto, egli aperto le braccia. Come una dolce visione mi passò innanzi alla mente l'aspetto della pulita cameretta dalle bianche pareti col crocifisso d'avorio tendente le braccia sulla croce nera; mi parve sentire il tepido ambiente di quella stanza aliarmi come una carezza sul volto. Mi pungeva la fame. Là avrei trovato ricetto, là ristoro, là sollecitudine amorosa. Ma che cosa avrei detto a quel buon prete? Qual ragione addotta della mia venuta, dell'avere abbandonato la casa di Nariccia? Mentire non sapevo e non volevo a niun conto: e dire la verità era troppa vergogna, non me ne sentivo affatto affatto il coraggio.
«No, no, non volli comparire colla fronte del reo innanzi a quell'uomo che è la virtù cristiana incarnata; ma per quanto deciso io fossi a non lasciarmene scorgere, un vivo impulso, un grandissimo bisogno io sentiva di veder lui — il buon sacerdote — di vederne almanco la casa, i luoghi ad esso diletti, de' quali egli è come l'anima avvivatrice che li santifica.
«Era caduta compiutamente la notte. In quella mesta sera d'inverno, muto e deserto era il villaggio; si sarebbe detto disabitato, se qualche riga di luce non fosse filtrata da qualche finestra socchiusa, se qualche cane entro i serrati cortili non avesse qua e là tristamente abbaiato. M'appressai cautamente alla casa parrocchiale, ed il cuore mi batteva, e gli occhi mi si inumidivano. La finestra del tinello a pian terreno non aveva chiuse che le invetrate, e per queste lo sguardo poteva penetrare entro la stanza. Mi alzai in punta dei piedi aggrappandomi alle sbarre dell'inferriata che difendeva esternamente la finestra e cacciai nell'interno lo sguardo cupido e desioso.
«Don Venanzio era appunto là, al posto in cui soleva, dove l'avevo visto tante volte, con quella medesima capigliatura tutto bianca, con quel medesimo volto tutto bontà, con quella medesima mossa, leggendo nel medesimo breviario. Sulla tavola, a cui il parroco appoggiava il suo gomito, era steso il medesimo tappeto di lana intessuta con cotone a fogliami ed a fiori; tutti i mobili erano tali e quali li avevo visti fin dalla mia infanzia e sempre a quel medesimo posto; ai piedi del parroco stava sdraiato Moretto il vecchio can volpino, compagno quasi indivisibile al suo padrone. Tutto era come prima colà, nulla era mutato; e in me invece, quanto cambiamento, quante rovine! Non avevo ancora diciott'anni, ed il destino pareva avermi in una resa impossibile l'esistenza del passato e chiusomi innanzi la porta d'ogni speranza per l'avvenire. Un gran desiderio mi prese di quella quiete, di quella pace esteriore che era compagna e simbolo di quella della coscienza; e sentii una cocente amarezza nel dirmi che forse io l'aveva perduta per sempre. Profondo rammarico fu il mio, pensando che a tale esistenza aveva voluto prepararmi e condurmi l'amoroso mio educatore, e che io l'aveva rifiutata e che da me l'avevano respinta irrevocabilmente le audacie del mio spirito. A quell'ora sarei stato lì ancor io, compagno nella vita e nell'opera a quel sant'uomo, forse sollievo, forse anco ne' suoi vecchi anni consolazione invocata. Ed invece?....
«Oh se avessi creduto a quel Dio, cui adorava Don Venanzio, ed in quella forma colla quale il buon parroco credeva! Per me al contrario, sempre più muto pur troppo era diventato il cielo; e la lettura degli enciclopedisti aveva spinto il mio dubbio verso lo scetticismo. A mala pena credevo ancora a quelle apparizioni che mi avevano servito come d'irrefragabile riprova d'una vita dell'anima superstite a quella del corpo; e siccome da assai tempo sembrava il mio buono spirito avermi ancor esso abbandonato, mi prendevo a dire le vedute di quel soave fantasma, nient'altro che illusioni del mio cervello.
«Mentre stavo ancora tutto intento a mirare per entro quella stanza, od un lieve rumore che io facessi muovendomi, o fosse il meraviglioso istinto proprio della sua razza che facesse avvertire al cane la presenza di qualcheduno, Moretto alzò il muso verso la finestra, e vistomi forse, mandò alcuni abbaiamenti di lieto saluto, e venne a quella volta tutto festante. Lasciai le sbarre dell'inferriata e ratto mi nascosi nell'ombra. Udii la simpatica voce di Don Venanzio che diceva:
«— C'è qualcheduno, Moretto? Chi è là?