«— Tu leggevi? Mi stupisce già che tu sappia leggere, mi stupisce di poi che tu legga di questi libri. Quello è il trattato di economia politica di Say. Ora sai tu pure che bestia sia l'economia politica?
«Cedetti ad un impulso d'orgoglio e colla mia risposta gli feci conoscere che lo sapevo e che non ero digiuno di qualche idea intorno a quella disciplina, di cui, alla nostra Università, ancora oggidì non si trova neanche registrato il nome[10].
«Il libraio allargava tanto d'occhi.
«— Ma chi sei tu dunque? E come in quest'arnese? Qual mistero nascondi tu sotto quei miserabili cenci?
«Io esitai. Il primo mio avviso fu di dire a quel brav'uomo tutta la verità. In me il subitaneo impulso è sempre il migliore; gli è colla riflessione e col ragionamento che imparo a credere più conveniente la simulazione o i miseri consigli della diffidenza. L'offendere la verità è un peccato che quasi sempre si volge in danno di quel medesimo che lo commette. Anche dal lato dell'interesse, la sincerità è un buon partito da adottarsi: io ne ho fatto in tal occasione l'esperienza a mie spese. Se avessi detto le cose come erano realmente a quell'eccellente uomo, egli di certo avrebbe avutomi compassione ciò nullameno, e io non mi sarei messo nel brutto caso di perdere un giorno la sua simpatia e la sua stima; come avvenne pur troppo. Ma l'esitazione condusse tosto in me il timore e la vergogna. Non osai confessare le ragioni che dal mio villaggio mi condussero a Torino, quelle che dalla casa di Nariccia mi trassero sul selciato delle vie. Temei che se il libraio sapesse il vero, mai più non mi avrebbe accordato alcun interesse, come parevami da tanti indizi più che disposto a fare. Mi venne alla mente in quel punto la favola immaginata sul mio conto da Gian-Luigi per introdurmi da Nariccia, e la dissi macchinalmente, quasi ripugnante la mia volontà, condannandomi meco stesso di ciò pur nel parlare.
«La mia oscitanza e il mio imbarazzo apparvero certamente a quel bravo sig. Defasi (chè così chiamavasi) la timidità naturale e la pena impacciosa di un giovanetto che si trova con tali condizioni infelici nel mondo; epperò, compassionatomi assai e confortatomi a sperar bene nell'avvenire e nell'aiuto della Provvidenza, mi domandò che cosa volessi fare e quali progetti più mi arridessero. Risposi che ero fermo nella volontà di guadagnarmi la vita con qualunque sorta di lavoro anche il più umile, purchè onesto; ed egli, lodatomi assai di queste buone intenzioni, mi disse che tornassi poscia il domani da lui che avrebbe pensato ad alcun modo di darmi intanto qualche occupazione, e datomi, del piccolo servigio che gli avevo reso, un largo compenso che potesse bastare ad ogni mio bisogno per quella giornata, mi congedò con affettuose parole.
«Il primo mio pensiero, uscendo dalla bottega del sig. Defasi, fu quello di rifocillare il mio povero corpo affamato. Entrare in un'osteria un po' ammodo, con quei panni addosso, non osavo; più fiate passai e ripassai innanzi alle lucenti invetrate su cui stava scritto in caratteri d'oro restaurant, e la eleganza di quelle sale, che a me pareva allora la più sontuosa del mondo, mi toglieva ogni coraggio di pure approssimarmi a quelle tavole di marmo, a cui vedevo, traverso i cristalli, seduti signori riccamente vestiti.
«Mi ricordai ad un punto che non molto lontano dalla casa di Nariccia, nelle strette vie della parte più antica della città, eravi una bettola, della quale le apparenze, gli accorrenti e tutto erano in quelle più umili condizioni che alle mie si convenissero; e mi diressi allora con passo deciso a quella volta. Quella brutta e sporca bettolaccia — sporca moralmente e fisicamente — rividi stassera dopo assai tempo. Là dentro condussi a sfamarsi, come sei anni sono c'ero entrato io, quel povero bambino che ti ho detto aver trovato colà, in quelle luride viuzze, sul fango del lordo selciato. Al momento di porre di nuovo il piede in quel covo, uno strano superstizioso timore mi assalse. Fra quel tempo di cui ora ti narro e questo in cui vivo circondato dalla vostra amicizia mi pare sia avvenuta fortunatamente una soluzione di continuità. La tua carità, salvandomi dal suicidio, la vostra carità di tutti, facendomi intorno quasi un ambiente di famiglia, hanno scavato sto per dire un abisso tra quelle prime prove della vita e queste che attualmente mi toccano. Entrando in quella povera e sconcia osteria, mi sembrò per un momento ch'io movessi incontro a quel destino che oso sperare mi abbia abbandonato e mi esponessi al pericolo ch'esso mi riafferrasse. Dovetti superare una istintiva ripugnanza, quasi ammonimento di minacciante sventura.
«Quella bettolaccia, che ora ritrovai tal quale, era frequentata dalla peggiore ciurmaglia in cui si reclutano i ribelli all'ordine sociale, ladri ed assassini. I miei cenci non erano in disaccordo colla povertà del luogo e colla qualità degli avventori. Alla miseria ed all'ambiente di essa ero ausato quant'altri mai, perchè mi trovassi colà come a mio posto. Per pochi soldi ebbero ristoro i miei bisogni. Per più tempo di seguito presi poscia colà i miei pasti, finchè un giorno mi si fece innanzi in quella fetida, fumosa atmosfera, la faccia maliziosa e malvagia di Graffigna. Egli riprese da capo le solite insinuazioni sarcastiche e le tentazioni. Risposi seccamente che avevo trovato onesto lavoro ed onesto guadagno; abbandonai issofatto quel lurido antro, e da quel giorno non ci entrai più.
«L'onesto lavoro e l'onesto guadagno l'avevo trovato per davvero in casa del signor Defasi. La fortuna questa volta mi aveva sorriso, e dalla casa di Nariccia conducendomi a quella del libraio aveva cambiato la mia vita in tal guisa, che gli era come avermi fatto passare dai rigori i più crudi d'un triste inverno alla mite e soave temperie d'una fiorente primavera.