«Tornato dal sig. Defasi, com'egli mi aveva detto di fare, il giorno dopo quel nostro incontro, io n'era stato accolto con ancora maggiore umanità. In breve egli aveva assestato fra noi le cose a mio sommo vantaggio. La buona piega presa dal suo avviato commercio gli consentiva di avere un commesso, e mi proponeva di esser quello. Ragionevole era lo stipendio; e per mettermi in grado di provvedere alle mie prime necessità, ebbi una conveniente anticipazione di alcune mesate del medesimo. Egli non poteva prendermi seco ad abitare. Dovetti adunque cercarmi un alloggio, che trovai in quelle vicinanze in un'allegra soffitta, contro i vetri della quale veniva sollecitamente a percuotere coi suoi raggi dorati il sol nascente. Là vivevo solo, ma non sentivo la solitudine, imperocchè quasi tutte le ore del giorno passassi nel fondaco, e in quelle poche della sera e della mattina avessi meco la compagnia de' più alti spiriti che furono nell'umanità, i quali, i portati della loro immaginazione, della scienza, fecero concreti nelle pagine di libri immortali....

«Ah! che felice tempo fu quello ch'io passai nella bottega del libraio e nella mia povera soffitta! La mia intelligenza si aprì allora a tutti i più severi ammaestramenti, e con quell'ardore che possiede la mia natura si gettò sopra tutte le parti del sapere e in ognuna fece bottino, confusamente, incompiuto, disordinato, ma con tanto trasporto dell'anima!... Oh! le sere ch'io passava studiando al lume della lucernetta, sere beate, in cui pareva che nel mio pensiero si ripercotesse tutto il pensiero dell'umanità, che innanzi alla mia mente venissero a schierarsi tutte le idee che sono e furono e saranno patrimonio dell'intelligenza di questa audace stirpe d'Adamo! Oh le mattinate che io stavo meditando in faccia al sole sorgente nella sua aureola dorata, con sotto i piedi le miserie della città sonnecchiante, sopra il capo l'infinito! Chi me le rende quelle ore? Chi può dirne la soavità e la bellezza?

«Coll'erudizione qua e là afferrata, senza metodo e senza logica distribuzione accatastata nel mio cervello, sobbolliva pure, non soffocata, ma forse anco fatta più viva, una potente fiamma di poesia; quella fiamma che avevo sentito desta fin dai primi giorni, innanzi ai meravigliosi spettacoli della natura; quella fiamma che non aspettava se non la forza meravigliosa d'un affetto divino per diventar luce raggiante ed illuminare i misteri del mio cuore, i segreti della vita, le tenebre dell'universo....

«O poesia! Come t'amai e come t'amo, figliuola divina, che sei il sole morale nell'universo infinito delle intelligenze! E quanto ti debbo di gioie tremende, di superbi conati onde l'anima s'innalza, di voluttà supreme nella vita mentale! Ben disse un poeta che tu sei un elisire, di cui basta una goccia nel sangue d'un uomo a dargli più devozione alla patria, più amore alla sua donna, maggior grandezza all'esistenza. Coloro che entro le vene ne hanno due goccie, sono i forti nella sfera politica, regnano nell'eloquenza, e dettano le ammirevoli pagine della miglior prosa; ma quegli in cui questo elisire è il liquore stesso della vita, quegli è il re del pensiero nel primo dei linguaggi.

«Poesia ed amore!... Due termini della grandezza dell'anima umana!...»

Qui Maurilio s'interruppe; nascose un istante il volto fra le palme, e quando lo rialzò mostrò all'amico i tratti sconvolti e le guancie pallide più che non fossero prima.

— Ed ora, diss'egli, ho da svelarti il mio più caro e più importante segreto.... Ma debbo io svelartelo?

Giovanni gli prese una mano e gli disse con molto affetto.

— L'ho indovinato, il tuo segreto. Tu ami! Maurilio fu riscosso da un subito tremito, quasi convulso.

— Sì: rispose curvando il capo.