Nello slargo che in mezzo al gran salone si è fatto fra la siepe fitta dei riguardanti si avvolgono in ispire concitatamente le coppie dei danzatori, cui, come sferza che flagella la trottola, sospinge ed incita il ritmo balzante della musica da ballo; mentre nelle sale vicine si allunga e si contorce come un serpente in riposo la coda di quelle coppie che lasciano ansimando affannosamente la danza e il salone da una porta, per rientrare, dopo il lento progredire traverso il cammino segnato da cordoni di seta, da un'altra porta e precipitarsi con nuova foga in quella voragine, in quel turbine della danza.
Nelle sale più lontane la folla meno densa consente ai gruppi degl'invitati di assettarsi sopra i soffici sedili e godere quel gran diletto del mondo che è il mormorare, in conversazione cui accompagna il suono travelato della musica. Colà esercita il suo impero sovrano la critica malignamente urbana, armata di malvagie insinuazioni e di più malvagie apologie; le donne passano colà al crivello le assettature di tutte le altre donne, fanno il conto addosso alle trine, alle sete, a quelle nebbie che sono le stoffe d'un abito di danza, ai gioielli, alle grazie, alla bellezza, allo spirito delle loro rivali. Ogni donna che mette il piede in una simil festa è rivale a tutte ed ha per rivale ogni altra che vi si trova. Colà si susurrano all'orecchio con sorrisi che dicon troppo le spiegazioni del lusso misterioso della tale e della tal altra; fiorisce l'aneddoto calunnioso su quelle labbra color di corallo, si lacerano con motti arguti le rinomanze di donne, da bellimbusti e da vecchi celibi che la pretendono allo spirito e che si fanno un giuoco dell'onore delle famiglie. S'incrociano, si emulano, corrono il palio, per vincere la più ingegnosamente crudele, quelle maledette ciarle che con tanta leggerezza assassinano la fama altrui.
Più in là, in una sala meglio appartata, stanno i tavolieri da giuoco. In paragone allo splendore delle altre stanze questa la troverete oscura. Sopra il tappeto verde d'ogni tavolino riflettono la luce delle candele accesevi i coprilumi bianchi all'interno, verdi al di fuori. Intorno a quei tavolieri siedono giovani e vecchi con quell'uniformità di vestire che forma, direi quasi, la livrea della gente elegante; e nascondono sotto un'urbanità ostentata ed un'indifferenza d'accatto la gioia di guadagnare e il dispetto di perdere. Fra quanti sono giuocatori in quella sala piacemi additarvene uno, la cui figura, in verità non è tale da confondersi colla massa delle fisionomie volgari.
È un uomo di età inoltrata, sulle cui sembianze un osservatore riconoscerebbe tosto che i vizi e gli abusi della vita e dei piaceri materiali andarono a gara cogli anni a togliere ogni fiore di giovinezza, ogni soavità d'espressione, ogni mostra di affettuoso sentimento. La sua fronte è calva, del colore dell'avorio antico, l'occhio grifagno, il naso adunco; un sogghigno permanente, pieno di scherno e d'ironia piega le pallide, sottili labbra tirate. Ha voce fioca e bassa, parola maligna, arguta, crudamente epigrammatica. Un egoismo che non si dissimula, un'aridità di cuore apertamente confessata con un cinismo, che per l'audacia e l'ingegnosità della forma ne impone altrui. Udendo parlare il scetticismo di quell'uomo, un'anima debole, tutto sbalordita, si prende a dubitare di ogni cosa ancor essa, e si domanda se non è una gran giunteria la virtù, se la filosofia della vita e la legge ultima dei rapporti sociali, non sono quell'egoismo di vizio avviluppato in forme eleganti, che colla vernice dell'urbanità la più squisita ride di tutto e non si dà un pensiero serio di nulla. Veste con eleganza inappuntabile secondo le leggi della moda e del gusto, senza smancerie da giovinotto che stonerebbero colla sua età, col suo stomaco curvo e colla calvizie della sua fronte. La beltà che gli è rimasta è quella d'una mano fina, ben fatta, per dirla in una parola, aristocratica, e come si usa dire e credere, vero indizio di razza.
Giuoca con ardore coperto da quella continua attenzione agli atti ed alle parole che ha un uomo in guardia contro le sue impressioni.
L'indifferenza abituale e beffarda della sua fisionomia, direste ora un po' simulata nell'atto con cui prende ed esaminar le carte da giuoco, dal valore delle quali dipende la sorte di quelle somme vistose in oro ed in argento che stanno in monete accumulate innanzi a ciascuno dei giuocatori. Dal suo occhio grigio e vivacissimo, l'unica parte del suo viso che conservi alcuna apparenza di gioventù, quasi direi di vitalità, partono a tratti a tratti lampi accesi, veri getti di fiamme, cui tosto s'abbassano a spegnere ed a velare le palpebre. Il mucchio di denari ch'egli tiene sul tappeto verde là al suo destro lato, è maggiore di quelli che stanno presso gli altri giuocatori. La sua mano affilata e bianca giuocherella sbadatamente colle monete; e soltanto alcuna rarissima volta si potrebbe notare in quella mano alcun movimento più secco, più convulso, come determinato da un sussulto, da un raggrinzamento di nervi. Un osservatore potrebbe, dopo sottile investigazione, conchiuderne che in quell'essere fatto apatico ad ogni cosa, una sola può tuttavia farne vibrare una fibra, che in quell'animo spento ad ogni passione, una ancora vi rimane e si suscita, ed è quella del giuoco. Quando perde, vede con volto inalterato passare i cumuli d'oro dalla sua alla parte dell'avversario; quando guadagna gli è con una superba freddezza che le sue dita sottili tirano le vinte monete verso il mucchio che gli sta davanti: ma gli è nel prendere le carte che la sua mano ha quelle certe lievissime contrazioni, gli è quando l'avversario le batte che il suo occhio, affissandosi su di lui, mandano quelle cotali faville.
Per sua ordinaria abitudine, ogni qual volta parla con qualcheduno, egli serra le ciglia ed usa guardare il suo interlocutore «come vecchio sartor fa nella cruna,» se non che a questo suo stringer degli occhi egli sa dare le più varie e diverse espressioni; ora di una specie di bonarietà fiduciosa, ora di una ironia profonda, ora, ed è il più frequente, d'un orgoglio che tocca l'impertinenza. Adesso ch'egli giuoca, codesto sogguardare è più intenso, direi quasi, e più maligno che mai. Da quelle sue ciglia socchiuse pare che scocchino vere puntine sottili d'acciaio a ferire gli occhi entro cui si piantano.
Questo personaggio si chiama Amedeo Filiberto Langosco conte di Staffarda; ed a quanti aveste a quel tempo chiesto di lui in Torino, tutti vi avrebbero risposto che era il più perfetto e il miglior gentiluomo che vi fosse.
Nato quando appunto era incominciata la rivoluzione francese che doveva abbattere i privilegi di casta, egli apparteneva ad una delle più antiche famiglie della più privilegiata aristocrazia piemontese. La sua stirpe feudale aveva conservato di primogenitura in primogenitura la maggior parte delle vaste tenute che erano state concesse in beneficio ai suoi antenati nella divisione delle terre fatta colla legge del più forte dai nordici invasori, a cui appartenevano. L'asse patrimoniale era stato accresciuto dalle graziose concessioni dei sovrani, alla causa dei quali essi erano stati dei primi a disposare la loro, dai vistosi stipendi goduti, dalle commende acquistate pei servigi resi allo Stato, per le arti cortigianesche presso il principe.
Il padre di Amedeo Filiberto possedeva due o tre villaggi e tre o quattro cariche di Corte. Il palazzo dei conti di Staffarda, fabbricato nuovo in uno dei quartieri nuovi della città rinnovellata dopo la pace d'Utrecht, con disegno del celebre Juvara, sta uno dei pochi monumenti di vera arte architettonica del secolo scorso che esistano in Torino. La grandiosa sontuosità di esso — forse troppo solenne — non è superata da nessun'altra, per quanto signorile, fra le abitazioni dei privati. Alla magnificenza delle forme esteriori corrisponde intieramente lo sfarzo degl'interni ornamenti ed addobbi, dipinti, intagli in legno, dorature, arazzi e tappeti; ma anche tutto questo ha un'aria solenne, a cui aggiungendosi ora la vetustà, ne riesce un'apparenza melanconiosa più che non si potrebbe dire. Sotto le ampie volte di quelle sale fatte scuriccie dalle pesanti cortine, innanzi a quelle preziose antiche tappezzerie d'alto liccio a gran personaggi ed a grandi fiorami, in cospetto a quelle forme di mobili che appartengono ad un secolo spento, uno si trova rimpiccinito, quasi perduto, come fuor di luogo, e gli pare che la sua personalità, le foggie del suo vestire, le idee che sono nella sua testa stonino affatto con quell'ambiente che là si trova.