Un inesplicabile fastidio, un'uggiosa tristezza direste che emanino da quelle pareti, che regnino sovrani in quel cortile quadrato colle finestre a cartocci di genere rococò, sotto gli alti archi di quelle gallerie, come in volto ai ritratti polverosi degli antenati, che si schierano a costa l'un dell'altro, contando la storia di dieci secoli nelle date scritte sulle cornici dalla doratura annerita dei loro quadri.

Gli era in questa temperie che Amedeo Filiberto aveva passata la più triste e noiosa infanzia che possa toccare a creatura umana.

Suo padre, ciambellano di Corte, non pensava che ai suoi cavalli, alle sue partite di caccia, ai suoi uffici di cortigiano, alle sue belle, che con iscandalo manteneva spendiosamente; la madre era tutta presa dalla galanteria, che dalla Francia di Luigi XV aveva passate le Alpi ed aveva finito per piantarsi dominatrice anche intorno l'onesta Corte di Savoia; per l'uno e per l'altra l'ultimo soggetto della loro preoccupazione era il figliuolo che il più spesso riuscivano ad obliare, come appunto era lor desiderio.

Amedeo cresceva abbandonato alle cure d'un prete zotico ed ignorante, che lo annoiava di latino mettendo tutta la sua cura a insegnargli niente, egli che con la sua prosopopea non sapeva di niente. Sotto la cotta del prete c'era il villano rifatto che era gonfio di orgoglio coi suoi pari sopra cui credeva essersi innalzato, ed umile piaggiatore verso i titolati che gli davano il pane; un che di mezzo fra il domestico e il parassita, impertinenza da questa, servilità da quella parte, la crassa ignoranza su tutto.

Il padre e la madre, il bambino sapeva appena che esistessero. Se non li avesse visti una volta alla settimana, il mattino della domenica, avrebbe potuto avere di loro la stessa idea confusa che gli davano di Dio i barocchi insegnamenti del precettore. Quel momento in cui veniva introdotto alla presenza dei genitori, era per Amedeo un momento solenne che gli destava nessuna impressione di gioia, nessun movimento d'affetto, si invece un sentimento di soggezione, quasi di paura.

Gli era nel gran salone dell'appartamento da ricevere dove stavano il conte e la contessa; questa ordinariamente seduta sopra il seggiolone, dura stecchita nel suo busto, pettinata ed incipriata in grande acconciatura, con uno specchio in mano a guardarsi il bell'effetto seducente dei finti nèi sparsi con arte sulla sua faccia imbellettata, il marito dritto per solito presso la finestra fischiando fra i denti un'aria di caccia che accompagnava col tamburinar delle dita sui vetri.

Il bambino veniva introdotto, tenuto, quasi tirato per mano dal prete. Ci entrava con una segreta riluttanza che non osava manifestarsi, ma che gli faceva sembrare sempre più fastidioso e più grave quel momento. Se lo avessero lasciato fare e' sarebbe scappato le mille miglia lontano.

— Siete qui Amedeo? Diceva con sussiego la madre, staccando per un momento lo sguardo dallo specchietto affine di volgerlo sul figliuolo. Dio! com'egli cresce giorno per giorno questo disgraziato!

Tendeva con atto solenne e di protezione le dita della sua mano sovraccariche di anelli verso il piccino, il quale deponeva un timido bacio su quelle falangi che uscivano fuori del mezzo guanto.

— È egli buono il vostro allievo, Don Tabusso? Domandava la contessa col tono indifferente di chi chiede ad alcuno le novelle del suo cagnuolo, alzando un momento i suoi occhi brillanti in faccia al prete che si profondava in una riverenza.