E Amedeo Filiberto?

Preso da un parente lontano, che viveva in provincia, passò da una solitudine ad un'altra, da una uggia ad una peggiore. Quando fu in caso di portar le armi, e' si partì ed andò a sostenere il grado di sottotenente nei reggimenti stranieri di cui allora si serviva l'esercito inglese. Visse qua e colà la vita scioperata dei campi e delle guarnigioni, senza amare, senz'essere amato, senza provare menomamente il bisogno d'un affetto. A forza d'essere privo d'ogni amore, il suo cuore ne aveva perduto ogni bisogno, come ogni stimolo. Una specie di atrofia l'aveva inaridito. Le forze della giovinezza che cercano e trovano solamente sfogo nella passione, sviate da tutto ciò che è sentimento, si volsero precipitose e prepotenti a tutto quanto è vizio. L'ardore della voluttà, le ansie del giuoco, gli eccitamenti dell'ebbrezza la più volgare tennero luogo in lui dei diletti soavi e dei trasporti dell'amore. A 26 anni, nel 1814, succeduta la ristaurazione, e' gettò via l'uniforme rossa e tornò in patria, logoro, disgustato, bacato nell'anima ed affralito di corpo. Si trovò in faccia con uno spettro imbellettato, un vero revenant del secolo spento, sua madre, cogli stessi sentimenti, cogli stessi nèi finti sulle guancie, cogli stessi modi, colle stesse abitudini, ma colle rughe in più sulla faccia e con diciasette anni di vantaggio sulle spalle. Si guardarono stupiti come una spiegazione ridicola d'un enimma di cui si fu lungo tempo curiosi. Nel petto loro non sentirono battere l'un per l'altro a vicenda, nemmanco un'apparenza di cuore. La madre si sgomentò di trovarsi innanzi un figliuolo così vecchio: il conte ebbe difficoltà a reprimere un sorriso nel vedere gli atti e l'aspetto di quella poppatola vecchia, imbellettata e mascherata da giovane. Fra di loro nessuna corrente di simpatia, nessun legame di fiducia, nessuna comunanza di sentimenti. Vissero come estranei, vedendosi raramente, quantunque abitatori del medesimo palazzo, finchè la contessa andò ad abitare il monumento sepolcrale della famiglia nella chiesa dell'antico feudo, restituito dalla ristaurata monarchia, monumento cui la fittizia pietà del figliuolo ornò di due statue e di una epigrafe latina di più in onore della memoria materna.

Amedeo Filiberto era proprio solo nel mondo. Non aveva amici, perchè il suo carattere non era simpatico a nessuno. Anche in amicizia è vera la profonda massima scritta in una sua novella dal Boccaccio: se vuoi essere amato, ama. E chi amava egli il giovane profondamente blasé, se non appena se stesso? Ebbe compagnia di parassiti, di mezzani, di cozzoni, di cortigiani, di complici nelle orgie; non ebbe nè amante, nè amico. Al matrimonio ci pensò — ma per giudicarlo una catena e un giogo che non avrebbe mai voluto portare.

Il giuoco e i soverchi dispendi gli avrebbero consumato il patrimonio, se il re non glie lo avesse salvato con un biglietto regio, per cui s'imponeva ai creditori di non molestarlo oltre, e di contentarsi di essere pagati a centellini del capitale, perdendo gl'interessi[11].

Sei anni prima del giorno in cui lo vediamo introdotto nel nostro racconto, egli aveva fatto strabiliare tutta la elegante società torinese, e massimamente coloro che lo conoscevano più davvicino, annunziando il suo matrimonio con una delle più belle ragazze della città, madamigella Candida, figliuola del ricco barone La Cappa.

Il conte di Staffarda aveva 52 anni e ne mostrava 60; la sua sposa ne aveva 18 e compariva di 16. Egli era pieno di debiti, ed ella recava un mezzo milione di dote allo stringer del contratto, forse più di due milioni d'eredità alla morte del padre.

La spiegazione di questo mistero era la seguente:

Anatolio La Cappa era un nobile di fresca data che avrebbe sacrificato la metà della sua ricchezza (la quale eragli pure la cosa la più cara del mondo) affine di poter vantare senza menzogna di compilatori d'alberi genealogici un lungo ordine d'avi illustri con sangue azzurro di centinaia di generazioni. Egli aveva bensì una galleria di ritratti di antenati, ma suo padre — primo a portare il titolo di barone (ed era stato barone dell'impero) — li aveva comperati belli e fatti e polverosi da un rigattiere. La fantasia di un araldista aveva inventato per ciascuno di essi un nome, una qualità, una carica ed una data. L'avolo dell'attuale barone era stato commerciante, e la tradizione di ciò — il che scottava tremendamente al padre di Candida — non si era ancor affatto perduta in Torino. Il padre aveva incominciato ad innalzarsi col favore appunto delle ricchezze ammassate dal commercio dell'antenato. Il figliuolo del bottegaio era entrato nella magistratura, divenuto presidente o che so io, ed insignito del titolo di barone, cui ristaurata la Casa di Savoia, ottenne per gran ventura di avere riconfermato al suo nome. Il figliuolo era entrato nell'amministrazione, si era spinto su, parte per merito, parte per protezioni, che sapeva accortissimamente procurarsi e sfruttare, alle prime cariche dello Stato, si era coperto il petto di croci d'ogni ordine cavalleresco, aveva acquistata un'autorità, un'influenza delle prime ed aveva inoltre avuto il talento di saper accrescere ancora il patrimonio raccolto dall'avo, già aumentato dal padre.

La fortuna, in ciò solo avversa, gli aveva negato un figliuolo maschio. La sua Candida avrebbe adunato in sè tutte le glorie e tutti i denari dei La Cappa. Il padre, ambiziosissimo per sè e per lei, voleva ad ogni modo imbrancarla con una delle più antiche e delle più illustri prosapie della nobiltà torinese.

Il conte Langosco s'incontrò col barone e con sua figlia, un autunno, alla villa d'un comune conoscente. La fresca gioventù di Candida, rincalzata da una pura ingenuità di modi, di sembiante, di parole, accese un ultimo ardore stantio nel sangue corrotto del vecchio libertino.