A trent'anni, quando aveva l'audacia e la spensieratezza di Don Giovanni, avrebbe tentato sedurla. A cinquanta, con qualche reumatismo nelle ossa, fiacco della persona e poco acconcio ormai alle scalate dei balconi ed alle frasi incendiarie, sentì una certa tal quale lusinga del suo egoismo nel pensare ad una brava donnina che facesse da curatrice amorosa alle sue infermità, e che rallegrasse l'ora dell'addormentarsi ed il momento dello svegliarsi la mattina con un visino color di rosa, assai più gradevole a vedersi, che non la faccia senza garbo di un domestico.
Alla prima idea che gli balenò allora alla mente del matrimonio, il conte rise di se stesso a gola spalancata, e si promise di chiudere la porta del suo cervello ad ogni simile pensiero biscornuto, diceva egli con un sogghigno, che osasse ancora presentarglisi innanzi. Ma il giorno dopo, il barone La Cappa fu leggermente indisposto, ed il conte, come gli altri ospiti della villa, si recò a visitarlo nella sua stanza. Colà vide Candida nell'esercizio di uno dei più preziosi e cari uffici che la natura abbia affidato alle donne, quello di suora di carità; — e ancora la pietà naturale in essa addoppiata dall'affetto di figlia; — e le ironie del suo scetticismo si trovarono spuntate innanzi all'idea del matrimonio, che profittò di quell'occasione per ricomparire più ardita di prima. Candida, seduta presso il letto di suo padre con un lavoro in mano, gli parve mandare in quella stanza, traverso la sua modestia, una luce benigna e riconfortevole. Pensò alle lunghe ore ch'egli passava nella sua solitudine, quando il male lo inchiodava sopra il suo letto nelle ombre pesanti della sua alcova cortinata; e non ostante tutte le promesse che s'era fatto non iscacciò con mal garbo la bandita idea, ma anzi se ne compiacque. Ad un tratto sentì nascere in sè un sentimento che fino allora non s'era ancora mai manifestato: la voglia di continuare la nobile antica razza a cui aveva l'onore di appartenere. Gli parve un suo debito supremo codesto, grave colpa il non adempierlo. Che? Nessuno ci sarebbe stato, che, lui morto, com'egli aveva fatto per la madre, aggiungesse nella cripta del sepolcro famigliare un monumento ed un'epigrafe a ricordarlo? Nessuno più a portare negli alti gradi dell'esercito, o nelle ambasciate, o nelle sale della Corte colla chiave d'oro sulle reni, il fastoso, illustre nome di Langosco di Staffarda? Come non aveva egli pensato mai fino allora col dovuto orrore a tanta jattura della vera nobiltà e del paese? Finchè si era in tempo — e si era egli veramente ancora in tempo? in quel momento il conte osava sperarlo — finchè si era in tempo doveva affrettarsi ad antivenire un tal pericolo.
Siffatti pensamenti occuparono la mente del conte fino all'inverno, quando, raccolta di nuovo nella capitale tutta la società aristocratica, egli tornò avere l'occasione di trovarsi in presenza dei belli occhioni neri e delle lussureggianti chiome corvine di madamigella Candida.
Allora, per maggior stimolo ad affrettare quella decisione che pur tuttavia stentava a costituirsi e fermarsi, avvenne che i debiti dessero maggior fastidio al conte scialacquatore, e nella sua distretta, gli apparissero quali salvatori i denari della dote di Candida che facevano come un'aureola d'oro intorno alla bellezza della giovinetta. Si determinò ad un tratto al passaggio di questo rubicone matrimoniale. Che la sua domanda potesse venire respinta, egli non lo sognò neppure. Aveva troppa coscienza del vantaggio che gli dava il suo antico casato, troppo riteneva per impareggiabile l'onore di portare il suo nome, sapeva troppo la smania del barone di affratellarsi colla nobiltà vera, per dubitare un momentino che la sua proposta non venisse accolta col meritato entusiasmo. Quanto al consentimento di Candida ed a quello che potesse avvenire nel cuore di lei, egli non se ne preoccupò menomamente. Apparteneva ad una società in cui i matrimonii sogliono intendersi e conchiudersi dietro dati tutto diversi da quelli delle reciproche simpatie e della comunione dei sentimenti.
Fece dunque la sua domanda, e il fatto diede ragione alle sue superbe previsioni. Il barone aveva fino allora invano tentato il terreno di qua e di là, per trovare un vero discendente dei paladini delle crociate, al quale piacesse guadagnare con un semplice sì la mano, la gioventù, la venustà ed i milioni di madamigella Candida. Ben è vero che questa non aveva che diciott'anni, ma il barone era premuroso di godere della gioia di vedere la figliuola innalzata a quell'altezza a cui la voleva spingere nell'olimpo degli Dei terreni, di vederla cinta di quello splendore, del quale ben contava seco medesimo che un riflesso avrebbe riverberato su di lui.
Il conte di Staffarda non era più giovane — ma la sua stirpe era tanto antica!; non aveva fama di morigerato — ma nella distinzione delle maniere non aveva chi lo superasse; aveva una infinità di debiti — ma il suo palazzo, il castello e le terre del suo feudo erano inalienabili, vincolate in un maggiorasco, e Candida aveva una fortuna che si acconciava proprio a dovere colla grandezza e collo splendore del nome.
La possibilità d'una opposizione da parte della sua figliuola, non fu nemmanco ammessa dal buon genitore. Ed invero la giovanetta non pensò menomamente a ribellarsi alla volontà paterna. Era stata allevata con questa idea; la felicità del matrimonio le era stata indicata nella purità nobiliare d'un blasone. Si era insinuato in lei la convinzione che il genere umano era diviso in ischiatte, una sovrapposta all'altra, e che la superiore soltanto meritava il suo riguardo; tutti gli uomini delle caste inferiori erano poco più che animali soggetti, bene o male addomesticati.
— Avrai diritto di sedere a Corte, le disse il padre trionfante, e potrai essere, sarai fatta di sicuro dama della regina.
Questo le parve un gran che. Certo avrebbe preferito che tutti questi vantaggi le venissero innanzi rappresentati da un giovane e leggiadro cavaliere; ma dove e quando mai si può ottenere tutto ciò che si desidera? Il suo cuore non aveva ancora parlato; l'educazione fornitale e il modo di vita adottato erano tali da impedirgli anzi che parlasse, contento di far tranquillamente il suo dovere d'organo essenziale alla vita. Non ebbe nessun trasporto di gioia, non travide colla fantasia nessuna regione dorata nell'avvenire fra nubi di rose con amori sorridenti; ma senza la menoma riluttanza si dispose a pronunziare quel monosillabo fatale da cui tutta l'esistenza, tutto il suo destino dovevano dipendere, senza più redenzione.
Quel giorno in cui essa andò innanzi all'altare, ad inginocchiarsi sul cuscino di velluto rosso gallonato d'oro per mettere la sua fresca manina nella destra asciutta del conte, potevasi scorgere una nube di mestizia onde, a dispetto di tutto, era circonfusa la bella di lei figura.