La giovane contessa Langosco era pervenuta d'altronde a quello stadio della vita in cui e cuore e sensi hanno raggiunto il pieno sviluppo ed imperiosamente domandano. Nel matrimonio nè questi nè quello per lei non trovavano risposta.
Il conte, qualunque fossero stati i suoi proponimenti nello stringere quel maritaggio, non aveva tardato a ricascare nelle primitive sue abitudini, e mentre lasciava alla contessa tutta quella libertà che nel secolo scorso lasciavano alle mogli i nobili mariti indifferenti, egli abusava di quella che si riservava piena ed assoluta per sè. I due coniugi vivevano affatto indipendenti l'uno dall'altro; appena era se si vedevano alle ore del pranzo, molte volte ancora il conte facendo annunziare alla contessa che non sarebbe venuto; e la medesima carrozza non li accoglieva insieme mai, se non quando le esigenze sociali comandavano che la moglie fosse accompagnata dal marito. D'uscire insieme a piedi non fu mai nemmanco quistione.
La giovane contessa viveva così infelice ed innocente, quand'ecco uno sciagurato amore invadere la, sua anima, e ridurla colpevole, e non certo felice davvero, ma darle almeno certe gioie febbrili, certe tremende emozioni, certi appassionati trasporti, che se non altro l'avevano tolta a quel marasmo in cui s'intorpidiva, che se non altro erano la vita.
La sua natura fino allora era rimasta coperta — era un mistero anche per lei. Di colpo, al contatto della passione, si rivelò in uno scoppio potente innanzi a cui ogni forza di resistenza sarebbe stata un nonnulla. Un'ardenza irrefrenabile la possedeva. Aveva nelle vene del sangue di Saffo. Amare, essere amata e morire: le parve tutto un invidiabile destino. Ed amò.
Aveva ella almeno scelto meritamente l'oggetto dell'amor suo?
CAPITOLO XXIII.
Quel dì in cui aveva luogo il festoso ballo dell'Accademia erano già passati quattro anni dal momento in cui si era presentato la prima volta allo sguardo della contessa l'uomo fatale che sì funesto influsso doveva esercitare su tutta la vita della sconsigliata donna.
Era essa in campagna, sola, suo marito preferendo di rimanere in città alle sue abitudini del circolo, del giuoco, della compagnia delle ninfe del corpo di ballo.
Si annoiava maledettamente la povera contessa nella monotonia delle sue giornate senza vicende di sorta. Alcune delle sue amiche erano state a farle visita, e ripartite, lasciandole un po' di quel profumo storditore della vita cittadina, di quel fermento nell'anima, che depongono la mormorazione, la braca, come soglion dire i fiorentini, le ciarle maliziose della cronaca più o meno scandalosa; aveva ella appreso così che la marchesa tale aveva un nuovo amante, che la baronessa tal'altra era sempre fedele a quel suo ufficialetto di cavalleria, che il brillante contino *** si degnava far girare la testa d'una bellezza borghese, moglie ad un bravo commerciante della città, che per i begli occhi della presidentessa *** s'erano scambiati due colpi di sciabola un capitano delle guardie e un addetto d'ambasciata.
Rimasta con non altra compagnia che quella del suo specchio, il quale facevale i più adulativi complimenti sulla floridezza de' suoi venti anni, la noia spalancava in lei le porte della fantasia all'invasione delle più temerarie immagini; sentiva, come dice Alfredo di Musset, delle frasi di romanzo salirle al cervello. Guardava con profondo dispetto la calma della campagna, in cui il sole splendeva beatamente sopra una immutevole medesimezza di cose. Sentiva nascere in cuore un'uggia inesplicabile, ma viva contro i recessi ombrosi del suo parco, che non avevano per lei mistero nessuno, contro le amenità di quel soggiorno, che non dicevano nulla al suo cuore ed alla sua mente, nè una memoria del passato, nè una speranza dell'avvenire. Pensava di colpo far riempire le sue valigie e precipitare a Torino al trotto serrato dei suoi bei cavalli del Mechlenburgo. Perchè in quella sua solitudine il caso pietoso non avrebbe mandatole alcun avvenimento che rompesse quella desolante monotonia? Il più straordinario sarebbe stato il meglio venuto. Sognava da sveglia le più matte ed impossibili avventure cavalleresche. S'ingolfava nella lettura dei più strani romanzi che allora la moda voleva impinzati di fatti che non succederanno mai. Poi questa lettura la stancava, le faceva tanto di capo, le dava una specie di stordimento in cui la sua immaginazione quasi offuscata faceva scorrere con vertiginosa ridda tutte le vicende di quelle favole, aggrovigliandone i fili, complicandone gl'incidenti, riuscendo ad una faticosa confusione. Allora gettava il libro incollerita, serrava gli occhi, e faceva di per sè il suo romanzo, e lo vedeva incarnarsele dinanzi, come sopra le tavole d'un palco scenico, sotto le sue palpebre richiuse. Anche codesto finiva per irritarla. Sorgeva di scatto, faceva attaccare i cavalli alla carrozza frettolosamente, impazientandosi d'ogni indugio, come se la più importante cosa le premesse. Gettatasi sulle ricche treccie una cappellina qualsiasi, la prima che le capitasse, volava giù delle scale, si slanciava nella carrozza e comandava al cocchiere: