— Guardi lassù, signora contessa.
E il cocchiere additava il cielo.
Candida volse gli occhi in alto, e il bel sereno che i giorni scorsi l'aveva irritata cotanto vide sparito dietro grossi nuvoloni scuri e minacciosi che s'avanzavano rapidamente. In quel punto stesso un lampo abbagliante correva in essi e fragoroso rimbombava il tuono ad annunciare prossimo lo scoppiar del temporale.
Se non altro era quella una variazione, e Candida non ne fu scontenta.
— Fate rientrare i cavalli, e riparate nella rimessa la carrozza. Partirò dopo il temporale.
I servi ubbidirono mentre larghe gocciolone di piova cominciavano a cadere qua e colà con un rumor secco.
La contessa, vestita com'era, trasse una poltrona presso al balcone aperto, vi si gettò sopra abbandonatamente, e seguitando con elegante trascuranza a calzare i suoi guanti, stette a contemplare lo spettacolo del temporale che ad un tratto era furibondamente scoppiato.
Il terreno su cui guardava il balcone dov'era la contessa, terreno battuto che serviva da cortile, era chiuso dalla parte che si trovava in prospetto al palazzo, da una folta siepe alta un metro, al di là della quale si stendevano le praterie della vasta tenuta patrimoniale dei conti di Staffarda.
La pioggia veniva giù impetuosamente scrosciando, mista a un po' di grandine, e in un momento ebbe allagato tutto il cortile. Non più un essere vivo vedevasi per la campagna, la quale per le fitte righe della piova appariva all'occhio della contessa, come traverso un velo. Il fresco vento del temporale battendo sulle guancie di Candida parevano rinfrescarle il sangue. I lampi che tratto tratto squarciavano le nubi, rompendo la tenebria che aveva invasa la terra illuminavano uno strano sorriso sulle labbra di quella giovane donna. A che pensava ella? Non l'avrebbe saputo dire. Guardava lo stupendo spettacolo dell'uragano con molto più interesse di quanto avesse guardato mai splendida rappresentazione sulle massime scene della città. Sentiva mosso da più concitazione il rifiato, sentiva sotto un apparente languore rifluire più potente nelle vene la vita, il sangue le scorreva con rapidità quasi febbrile, pulsando alle tempia. L'elettricità ond'era satura l'atmosfera le scuoteva i nervi con vivo sussulto che non le tornava sgradito. Si sentiva ad un punto il cuore più palpitante, come se fosse per avvenirle qualche gran fatto. Danae solitaria pareva aspettarsi che nella pioggia di fuoco d'un lampo scendesse a lei e le si rivelasse il Dio dello sconosciuto.
Nel maggior strepitare del temporale, ecco presentarsi al suo sguardo la vista d'un uomo che al di là della siepe, sotto i torrenti d'acqua che piovevano dal cielo, correva precipitosamente verso il castello. Dietro quel velo della pioggia fittissima, a quella dubbia luce che rimaneva, ella non potè scorgerne che in di grosso le forme, ma dalla leggerezza con cui correva, appariva esser giovane, e da una certa grazia di movenze, si mostrava aitante di persona. Giunse alla siepe, correndo, spiccò un salto che avrebbe fatto onore al più abile ginnastico, e si trovò in mezzo al cortile. Colà vide la contessa al verone che per curiosità si era sporta alquanto a guardare, salutò gentilmente, scoprendo una ricca capigliatura inanellata ed una fronte giovanile sotto cui splendevano due sguardi accesi, e diviato si gettò sotto l'atrio.