La fante partì. La contessa stette aspettando con certa impazienza. Trascorse circa mezz'ora, che parve lunga assai alla curiosità di Candida; prese uno dei suoi volumi di romanzo in mano e ne lesse una pagina: si accorse che non capiva, che gli occhi avevano seguitato a scorrere materialmente di parola in parola, ma che lo spirito era altrove.

Si disse che erano gli scoppi di tuono sempre frequenti, a disturbarla. Nella sua testa si insinuavano le idee più bizzarre. Quel giovane che gettava via gli scudi con tanta larghezza era egli un medico secondo la comune? Mai più! Certo era un ricco che aveva voluto ornarsi di un inutile diploma. Era stato visto altre volte in quei dintorni. Che ci veniva egli a fare? Sarebb'ella stata un'assurdità il supporre che venisse per una donna? Quale? In quei dintorni ella non sapeva vi esistesse altra donna — eccetto che una di bizzarri costumi e di dubbia riputazione, che dicevasi un'antica artista da ippodromo. E perchè Candida sentiva ella ripugnanza cotanto a pensare che quello sconosciuto giovane venisse nel paese per quella donna? Che cosa gliene doveva importare? Aveva ella già visto altre volte il sedicente dottore? Si affaticava a consultare i suoi più segreti sovveniri per cercare se in qualche cantuccio della memoria non avesse trovato allogata quella virilmente leggiadra figura. Intanto guardava l'indice dell'orologio.

— Egli ha rinunciato a presentarmisi. Tanto meglio. Teme certo di non ottenere presso me il successo che gli valsero presso la cameriera alcune volgari frasi di complimento. Diffatti, che cosa avrebbe da dirmi, ed io da dire a lui? Il nostro sarebbe un colloquio di mutoli.... E piove sempre della più bella!... Eccomi condannata tutto il giorno a stare rinchiusa... Che noia!

Mancava forse un'ora al momento di andare a pranzo, quando la cameriera tornò nel salotto della signora contessa. Il dottor Quercia supplicava d'essere ricevuto.

— Venga: disse la contessa, e forse senza neppur badarci, prese un'attitudine sul suo sofà la più seducente ed avvenevole che si possa immaginare, e con una ratta occhiata consultò lo specchio sull'espressione della sua fisionomia. Lo specchio le rimandò la vista d'un volto giovanile, su cui una fiera tinta d'orgoglio aristocratico, ma bellissimo sotto ogni riguardo.

Luigi Quercia entrò coll'agevolezza rispettosa ed elegante di maniere, che può mostrare il più forbito gentiluomo e il più avvezzo alle usanze sociali.

I miei lettori conoscono già le esteriori apparenze di questo personaggio. L'hanno visto nella taverna di Pelone, vestito di abiti da popolano, conservare pur tuttavia sotto di essi una certa nativa distinzione ed un'elegante leggiadria che lo rivelava a primo aspetto superiore a quei suoi compagni ond'era circondato, e sui quali egli aveva un'incontrastata supremazia ed esercitava un impero che non trovava ribelli.

Ora, agli occhi della contessa, rivestito del suo soprabito rasciutto, e' si presentava nei panni alla moda del damerino cui mostrava saper portare come la vera divisa della propria condizione.

Aveva a quel tempo ventitre anni, e la sua florida giovinezza gli brillava in viso in una splendida avvenenza. I suoi occhi vivacissimi gettavano lampi; la bella sua fronte lisciamente rispianata, non aveva il solco di quella ruga fra le sopracciglia che abbiam visto dare a tutta la sua fisionomia un'espressione di ferocia; le sue labbra rosse di sì voluttuosa avvenenza sorridevano graziosamente; il suo contegno aveva la sicurezza non immodesta d'un uomo che conosce il suo merito.

Innanzi a quell'aspetto, l'orgoglio della contessa riconobbe un suo pari; e il cuore della donna sentì un principio d'interesse che potrebbe anche dirsi simpatia.