Candida staccò dalla spalliera del sofà la persona e chinò leggermente la testa per rispondere al riverente saluto che le faceva il visitatore.

— Il signor dottor Quercia? Disse la contessa guardandolo un momentino colle palpebre semichiuse, come farebbe chi avesse vista corta.

— Quel desso: rispose il compagno d'infanzia di Maurilio.

La contessa colla sua manina accuratamente inguantata gli accennò una poltroncina che si trovava a pochi passi dal sofà e gli disse, con accento che era più gentile di quello usato nel fargli la prima domanda:

— S'accomodi.

Gian-Luigi sedette, e un momentino stettero le due giovani e leggiadre creature guardandosi con tutta quella curiosità che la buona creanza poteva loro permettere. Quel primo esaminarsi aveva in sè quasi una diffidenza, si sarebbe potuto dire un'ombra di sospetto. Pareva che il caso avendoli posti a contatto, un segreto istinto ammonisse ambedue che le loro esistenze sarebbero state fatalmente intrecciate l'una nell'altra, e che quindi, prima di cominciare ogni relazione, volessero scrutarsi a vicenda. Il loro contegno avrebbe potuto paragonarsi a quello di due schermitori che innanzi d'incrociare il ferro si osservano l'un l'altro per indovinare l'abilità e il modo di tirare dell'avversario.

L'uomo avvisò che a lui toccava di rompere quel silenzio, il quale benchè non avesse durato che un mezzo minuto, era tuttavia già troppo lungo.

— Devo chieder perdono alla signora contessa, diss'egli, se di complicità col tempo mi sono permesso d'entrare nel suo castello, come un bersagliere all'assalto.

La contessa ricordò il modo con cui quel giovane si era introdotto nel cortile e non potè a meno di sorridere.

Un sorriso ottenuto da una donna in un colloquio, è una barriera che si abbatte fra lei e l'interlocutore.