Era la logica istintiva ed assurda dell'amore, la quale raramente sbaglia.

Quando già spuntava l'aurora all'orizzonte, Candida si ritrasse dal verone affranta come dopo una notte di febbre, confusa la testa, pieno di amarezza il cuore. Si gettò sul suo letto, il seno gonfio di pianto, senza pur avere lo sfogo delle lagrime; il corpo stanco chiedeva il riposo del sonno, ma un mulinìo turbinoso d'idee, d'immagini, di propositi nella testa, non la lasciava dormire. Si assopì pur finalmente in un sonno leggero, affannato dai più tristi e maledetti sogni. Sorse tardi, colle traccie in volto che parevano d'un sopportato malore.

Nel pomeriggio, sentendosi bisogno di prender aria fece attaccare i cavalli, e corse, come soleva un tempo, in una passeggiata senza meta. L'azzardo, la sua maligna stella la condusse in luogo dove la carrozza in cui essa s'abbandonava ai suoi turbativi pensieri, incontrò un'altra carrozza occupata da un'altra donna, la cui figura, l'abbigliamento e il contegno erano tali affatto da chiamare l'attenzione di chicchessia.

Qual istinto segreto è quello che alberga nell'essere sensitivo della donna e lo avvisa dei pericoli che lo minacciano per quanto coperti essi sieno, dei nemici nascosti che gli si presentano nel cammino? Candida, all'aspetto di quella donna sentì una scossa interiore, come un urto nell'anima. Si tirò su della persona e incrociò lo sguardo con quello della sconosciuta, la quale a sua volta lasciò lo sguaiato abbandono in cui stava sdraiata per esaminare con attenzione quasi insolente la contessa che passava. Fu un ratto istante, poco più d'un baleno in cui le due carrozze si passarono a fianco, al trotto serrato dei cavalli; ma in quel fugace momento le due donne ebbero campo pur tuttavia, con quel meraviglioso loro sguardo complessivo, di vedersi in una a vicenda le sembianze, i modi, le vesti, i difetti della bellezza e del gusto. Candida dovette giudicare senz'altro che quella giovane — poichè la era giovane — non apparteneva nè alla sua classe nè ad alcun'altra di donne oneste. Era sfarzosamente vestita di stoffe abbaglianti, ma come tale che più si compiace di attrarre addosso a sè l'occhio dei riguardanti che non di contentarlo con acconcia armonia di colori ed avvenenza di complesso. Sulla faccia non brutta, ma più provocante che bella, eravi troppo belletto, troppa sensualità e troppa impudenza. Il più strano di quel volto erano certi occhi verdi del color del mare, acuti, ora freddi come una lama d'acciaio, ora ardenti come la voluttà, ora feroci come quelli d'una tigre. Piantandosi in faccia a qualcheduno parevano dilatarsi e sprizzar fuori un fascio di raggi acuminati, per così dire, che vi stillavano nel sangue a seconda o il gelo del sospetto, d'una soggezione indefinita, quasi d'una paura, oppure nell'uomo il fuoco dei desiderii sensuali. C'era in quello sguardo alcun che dell'animale selvatico non affatto addomesticato, in cui la prisca selvaggia natura ricomparisce a tratti sotto la spalmata vernice della coltura.

Quella donna sentì forse ancor essa che nella vita di Candida doveva intrecciarsi la sua e l'una sull'altra esercitare un fatale influsso a vicenda, funesto troppo per la nobil dama? Il vero è ch'ella saettò sulla contessa uno di quei suoi sguardi felini di cui Candida non potè sostenere l'incontro, ne fu tutta conturbata in quell'atto, e dopo appena oltrepassata la carrozza ne provò lo sdegno maggiore come di ricevuto oltraggio.

Si piegò ella verso il cocchiere e gli domandò con indifferenza non affatto sincera:

— Conoscete voi chi sia quella donna?

Il cocchiere fece un certo atto colle spalle e sorrise in certo modo che dicevano di molto.

— Peuh! Diss'egli. La signora contessa ne avrà udito a parlare. È quella tale che fin dalla primavera ha preso in affitto la Villa-lunga, a poche miglia qui distante.

— Ah! Fece la contessa che in vero aveva sentito alcuna cosa di quell'avventuriera. È una ballerina, credo....