CAPITOLO XXIV.
Già s'era fatto tardi. Luigi erasi indugiato più forse che non solesse nel riposto stanzino della contessa. Nell'alto silenzio della notte, i sontuosi arazzi del gabinetto di Candida entro il superbo palazzo dei conti di Staffarda avevano udito suonare voci di rampogna e di sdegno (imperocchè l'amore fra quei due già ne fosse venuto allo stadio dei rimbrotti, delle accuse da parte di lei, delle impazienze e peggio da quella di lui; e vi narrerò di poi le fasi di questo periodo ed i torti e le colpe e — dirò fin d'ora la parola — l'infamia dell'indegno amatore), poscia voci più miti di perdono e di supplicazione sulle labbra della misera donna e per ultimo di tenerezza e di passione più concitata quanto più era stata lungamente repressa da altri sentimenti.
Ad un tratto si grattò alla porta. I due amanti sussultarono. Era cosa tanto nuova che in quei loro colloqui venissero disturbati! Tacquero un momento stando in sospeso ad ascoltare se il segno si ripetesse. In quella udirono l'orologio del campanile vicino suonar lentamente la mezzanotte. L'ultimo tocco aveva appena finito di battere che all'uscio fu dato un picchio abbastanza vibrato. Candida sorse di slancio, si racconciò in fretta i panni un po' disordinati, ed invece di domandare chi fosse si precipitò verso la porta e l'aprì con mano che tremava un pochino.
Sì trovò in faccia la cameriera:
— Che cosa c'è? Domandò la contessa con qualche corruccio.
E la fante sollecita:
— Il signor conte fa domandare alla contessa se vuole riceverlo.
Candida si volse pallida ed agitata verso il suo amante.
— Mio marito! Diss'ella frettolosamente. Egli non viene mai qui a quest'ora..... Parti!
Gli occhi di Gian-Luigi balenarono cupamente e nella fronte si incavò quella sua ruga caratteristica.