— Gli è che abbiamo saputo trovar abbastanza soggetti interessanti di conversazione da far passare il tempo senza badarci. Questo fa onore al nostro spirito, contessa.

Candida esitò un momentino, parve voler ancora dire alcuna cosa; ma ad un tratto prese la sua decisione, e voltasi alla cameriera le disse con accento affatto sicuro e tranquillo:

— Introducete il conte.

Poi si gettò a sedere abbandonatamente sulla sua poltroncina vicino al fuoco, al quale volgendo le spalle stava dritto Luigi colla più agiata disinvoltura di questo mondo.

Io non vi dirò che il cuore di Candida non battesse un po' più concitato nell'udire sul pavimento dell'altra stanza il passo del conte che si avvicinava; ma il suo aspetto era tranquillo, e quando l'uscio si aprì, ella volse verso chi entrava un viso forse un po' pallido, ma per l'affatto sicuro nella sua indifferenza.

Il conte s'inoltrò con un sorriso poco naturale, ma garbatissimo, sulle sue labbra tirate. La sua fronte calva pareva più gialliccia dell'ordinario riflettendo la luce delle due lampade che ardevano sul camino. Nell'occhio grifagno c'era molto più del solito di quell'ironia scettica e maligna che formava la base del suo carattere. Gli sguardi del conte e di Gian-Luigi s'incrociarono; erano gli sguardi di due uomini che non hanno timore. Stettero un attimo così fissi l'un nell'altro, come due lame in un assalto prima che uno dei duellanti si decida a trarre una botta. Prolungato per un minuto quello sguardo si faceva una sfida, una minaccia, un insulto: era uno di quelli sguardi, dopo i quali bastano poche parole per condurre due uomini sul terreno a cimentare in un duello la vita.

Gian-Luigi, a niun patto, avrebbe voluto esser egli il primo a chinare gli occhi. Sentiva entro il petto un orgoglio immenso dare rincalzo al suo coraggio per non cedere neppure un minuzzolo alla superba guardatura del conte. Il cranio pelato di quell'uomo che tutti conoscevano abilissimo nell'arte di uccidere il suo simile ed il cachinno insolente ed altezzoso di quella mordace ironia, solevano imporne a tutta la gente; il trovatello Gian-Luigi, il figliuolo di nessuno, il compagno d'infanzia di Maurilio, allevato nella più umile e nella più misera delle condizioni, non ne provò la menoma soggezione. Amedeo Filiberto di Staffarda che per lungo uso di mondo e trattare d'uomini, s'intendeva a giudicare, dalla fisionomia e dal contegno di qualcheduno, della fermezza e del valore del suo animo; il conte conchiuse fra sè che quel giovane non era tale da poter essere nè dominato, nè soverchiato.

In questo modo passarono due minuti secondi di grave silenzio, lunghissimi per la contessa, la quale con ansia stava mirando a sua volta quella tacita lotta di sguardi di quei due uomini innanzi a lei.

Fu il conte che primo sviò gli occhi da quelli dell'avversario e ruppe il silenzio.

— Ah! gli è Lei, dottore: diss'egli colla sua gentilezza aristocratica, in cui nella compiuta forbitezza appariva pur sempre una tinta di superiorità. Perdoni a' miei occhi miopi, se non l'ho tosto riconosciuto.