— Ma, continuava il conte, non voglio, palsambleu! che si rida di me. Vi ricordate, contessa, il colloquio che avemmo insieme in quel fortunato giorno che voi consentiste ad essere mia moglie? Io vi dissi: libertà intera per tuttedue, ma guardiamoci dalle ignobili catastrofi del mondo borghese, rispettiamo il nostro nome a vicenda...

La contessa proruppe con impeto sotto l'impressione del traboccante sdegno:

— E l'avete voi rispettato, signor conte? Vi rispondano le vostre ballerine, le vostre mantenute, le vostre orgie notturne, in cui gettate non solo le vostre, ma anche le mie sostanze — quelle sostanze per cui unicamente mi avete fatto regalo del vostro nome.

— Ah contessa: esclamò egli colla solita calma: voi uscite di misura. Questi emportemens non sono da voi. Badate che correte rischio di cadere in una discussione da bottegaio...

Ma la donna sempre sotto l'impulso di quella concitazione:

— Eh! che cosa m'importa la roba mia? Quel che mi cale è la mia libertà. Non sono io più padrona di accogliere chi mi pare e piace? Vorreste voi far delle esclusioni nel mio salotto e impormi la presenza o l'assenza di questi o di quelli?

Il conte levò in alto una delle sue belle mani affilate in atto di protesta.

— Dio mi guardi! Diss'egli.

— Ed io vi dico, seguitava la contessa, che ciò non vorrei tollerare a niun patto... A niun patto, capite?

S'alzò in piedi quasi di balzo, e piantandosi in faccia al marito in atto pieno di risoluzione, soggiunse: